In fuga dal destino 
 
       Romanzo Fantascientifico       
Di Roberto Tagliarini 
 
 
 
 
 
 
 
EDITRICE FCF 
DIDATTICA MULTIMEDIALE  
INTERNAZIONALE 
 
 
 
 
 
 
Sinossi 
Dario è un ragazzo esuberante, che insegue il sogno di affermarsi come fisico di talento. 
Un giorno incontrerà un vecchio signore, proveniente dal futuro, che gli rivelerà, che il suo destino è divenire creatore della più incredibile e spaventosa invenzione mai realizzata: la “ macchina del tempo”. 
Fra viaggi nel tempo e paradossi temporali, Dario si troverà a compiere delle scelte che, metteranno in pericolo la sua stessa vita. 
E se un giorno, a causa tua, l'umanità rischiasse di essere annientata? 
 
Primo Capitolo 
 
Quel giorno i quattro ragazzi sedevano in auto, le ragazze sui sedili posteriori e i ragazzi davanti, aspettavano le sorelle Della Roccia che, di lì a poco, sarebbero scese. 
Dario e Luigi commentavano alcuni fatti avvenuti quella stessa mattina, le ragazze invece confabulavano fra loro, spettegolando sull'abito da sposa di un'amica che, si era sposata qualche giorno prima. 
Dopo un buon quarto d'ora Ester ed Elena si affacciarono dal portone: 
«Wow guarda com'è carina Ester stasera» - commentò Pina. 
La ragazza indossava un top che, lasciava le spalle scoperte ed una minigonna bianca, non troppo corta in realtà, ma abbastanza da attirare l'attenzione di un ragazzo. 
«Poveretta», commentò Luigi, «non sa cosa l'aspetta», 
«Svelto, svelto, fatti dire ...» rispose di rimando Dario, 
«Ma dai...» riprese Luigi un po' riluttante mentre usciva dall'auto. 
In realtà l'idea dello scherzo, che si apprestavano a fare lo divertiva tanto, quanto divertiva l'amico. 
Mentre Ester entrava in auto, Luigi prese a braccetto Elena e si allontanò: 
«Devo dirle una cosa importantissima... un attimo e arriviamo» disse con fare divertito. 
Rientrati in auto Luigi fece un cenno all'amico, il quale avviò il motore e partì. Dopo un po' Dario si rivolse a Luigi «Mamma mia cosa ho visto...», 
«Smettila! Per una volta fai la persona adulta» commentò Pina. 
In realtà, però, aspettavano tutti lo scherzo che l'amico stava per mettere in atto. 
«Dai dicci tutto!» chiese Luigi. 
L'altro lo guardò con sguardo malizioso e disse: «Bianche con i pois rossi». 
Ester trasalì e le sue guance divennero rosso porpora, poi urlò e si coprì le gambe con il cappotto. 
«Siete dei pervertiti!» li accusò innervosita, tutti scoppiarono a ridere e la sorella si affrettò a spiegare alla ragazza il suo piccolo tradimento. 
«Fate pena!» continuò Ester «e tu ...» disse rivolta alla sorella «a casa faremo i conti!». 
Vi fu un susseguirsi di battute e poi, lentamente, tutti si tranquillizzarono. 
Chi li avesse visti dal di fuori avrebbe forse giudicato eccessivi questo tipo di scherzi, e avrebbe ritenuto che, i ragazzi si prendevano troppe confidenze; questo era vero solo in parte, l'affetto che, i due giovani provavano per le coetanee, era fraterno e mai le avrebbero ferite intenzionalmente, la gioventù e la goliardia facevano il resto. 
Le serate erano tutte simili; a tenere banco erano i ragazzi, che cercavano qualsiasi scusa, per fare gli “stupidi”. 
Quel giorno avevano deciso di recarsi in un piccolo pub dove, a detta dei ragazzi, si mangiava benissimo. 
Appena si sedettero, le ragazze, capirono perché i ragazzi avevano insistito nell'andare proprio lì, infatti in quel locale lavorava una ragazza russa davvero incantevole, bionda con gli occhi chiari, un bel corpo e con un sorriso accattivante. 
Ordinarono e Luigi, quando la ragazza si allontanò, finse di svenire, la sua fidanzata, Luisa, gli diede uno schiaffo e tutti scoppiarono a ridere. 
Il resto della serata fu molto più tranquillo e spensierato. 
Un discorso tira l'altro e, alla fine, intavolarono discorsi a sfondo spirituale; in questi casi era Pina che teneva banco da brava Cattolica praticante. 
Fu in quel momento che Dario notò per la prima volta “il vecchio”, non capiva come, ma ne aveva avvertito la presenza, prima ancora che, entrasse nel locale. 
Lo vide entrare e sedersi. Si piazzò in fondo al pub. Era da solo, ordinò un panino ed una birra; non vi era nessuna ragione per cui quell'uomo fosse notato da Dario, eppure, per qualche ragione che, non riusciva a spiegare, quell'uomo lo inquietava. 
Sembrava una follia, ma qualcosa gli diceva che, non avrebbe dovuto essere lì. Avvertiva la sua presenza come un pericolo, non era una sensazione, ma qualcosa di più fisico. 
Per qualche misterioso motivo però, la presenza di quel vecchio lo faceva quasi stare, fisicamente, male. 
Dario era un giovane molto intelligente, non era un superstizioso ma, per quanto tentasse di dare un motivo a quelle “sensazioni, non ci riusciva proprio. Tuttavia queste somigliavano così tanto a delle premonizioni che, ad un certo punto, pensò che, fossero i primi sintomi di un'instabilità mentale. 
«Sì» - pensò - «forse oggi mi sono stancato troppo, domani riposerò e starò meglio». 
La serata continuò all'aperto, girovagando e ascoltando musica in auto. Poi andarono a fare una passeggiata in centro. 
Quelle sensazioni abbandonarono Dario non appena usciti dal locale e durante tutta la serata non pensò più a quello strano uomo. 
 
Il giorno successivo Dario si recò come sempre all'università, era iscritto alla facoltà di fisica ed era prossimo alla Laurea. 
A dire di tutti era, in realtà, una promessa della Fisica ed era stato, addirittura, “notato” dalla docente di meccanica quantistica. 
Sotto la sua guida aveva iniziato a scrivere la tesi. 
Nonostante il grande dispiacere, Dario era stato costretto da lei a cancellare le parti della sua tesi che, apparivano troppo ardite: 
«Rischi di essere poco credibile, se ti spingi così oltre!». 
Lei aveva grandi progetti per quel ragazzo così talentuoso, ma temeva che, le sue teorie anticonformiste avrebbero potuto stroncare la sua carriera sul nascere. Sebbene il tema del viaggio nel tempo non fosse estraneo al mondo della fisica moderna e le teorie del giovanissimo fisico fossero davvero una novità assoluta e potessero risolvere gran parte dei dubbi dei fisici moderni sulla praticabilità dei viaggi nel tempo, la Prof. era contraria a teorie tanto “ardite”. 
La tesi era molto impegnativa, ma gli avrebbe consentito di accedere al dottorato di ricerca, a cui tanto aspirava, certo una tesi del genere avrebbe comportato un ritardo di almeno un anno alla Laurea, ma gli avrebbe consentito di iniziare la sua carriera. 
La docente gli aveva promesso che, se avesse seguito le sue istruzioni e avesse fatto per bene la tesi, lo avrebbe aiutato a pubblicarla. 
 
Secondo Capitolo 
 
Era arrivata la primavera ma, nonostante fossero passati pochi mesi, tante cose erano cambiate nella vita di Dario. 
La comitiva, che sembrava inseparabile, si era infine sciolta, Ester aveva trovato un fidanzato e poco dopo anche Pina aveva fatto altrettanto. 
Il rapporto fra Luigi ed Elisa era cresciuto, avevano conosciuto i rispettivi genitori e cominciavano a programmare il loro matrimonio. 
Dario aveva un po' sofferto del cambiamento, ma era contento per i suoi amici. 
Aveva rincontrato una ragazza, con la quale aveva flirtato un paio di anni prima; lei poi lo aveva fatto inserire nel suo gruppo. 
Quella sera Elisa era molto contenta, perché la sua amica del cuore, Alessia, sarebbe tornata in paese per le vacanze. 
Alessia arrivò in motorino con Rino, Dario la riconobbe subito. 
Per anni Leonarda e Laura, rispettivamente la sorella di Dario e la cugina di Alessia, avevano tentato di farli conoscere, li vedevano come una coppia perfetta, ma Alessia, con grande dispiacere di Dario, era sempre sfuggita alle “trappole”  delle due amiche. 
La ragazza era davvero bella. La sua non era una bellezza ordinaria, aveva gli zigomi alti, gli occhi a mandorla e le mandibole un po' pronunciate. Queste caratteristiche rendevano il viso particolarmente interessante. Alessia si era trasferita a Milano qualche anno prima, in quanto il padre aveva deciso di accettare una offerta di lavoro. 
La ragazza era rimasta in contatto con gli amici, ed ogni volta che arrivava l'Estate, si recava in Paese per trascorrere le ferie. 
«Che si fa oggi?»  chiese Rino, 
«Sono tutti già in pizzeria» rispose Carlo, «devo andare a cambiarmi, sulla moto mi sono sporcata i pantaloni», rispose Alessia guardando male Rino, 
«Ci aspettano! Dobbiamo andare» insistette Carlo. 
«Voi andate avanti, accompagno io Alessia» intervenne Dario, «vi raggiungiamo». 
Lei voleva approfittare del passaggio, ma non intendeva dargli alcuna chance, così si assicurò di avere compagnia, 
«Ok io ed Elisa passiamo da casa mia e poi vi raggiungiamo!» 
Dario fece salire in auto le ragazze e si fermò ad acquistare una ricarica telefonica e, quando rientrò, vide Alessia con un piede sulla spalliera del conducente che rideva di cuore. Fu forse quello il momento in cui Dario fu conquistato dalla ragazza; non era stata soltanto la bellezza di Alessia a colpirlo, ma la sua spontaneità. 
L'estate trascorse bella e spensierata, dopo quella sera le due ragazze salivano sempre sull'auto di Dario, quando il gruppo si spostava da un posto all'altro, tuttavia, per quanto lui tentasse di fare colpo su di lei, non riusciva a conquistarla. 
Una sera erano tutti seduti ad un bar quando Dario fu preso da una strana inquietudine. Non sapeva spiegarsi perché, ma aveva uno strano presentimento. 
All'improvviso un dolore lancinante lo colpì alla spalla sinistra, qualcuno lo aveva sfiorato provocando un reazione decisamente eccessiva. Dapprima credette che fossero le premesse di un infarto, poi pensò addirittura che l'uomo che lo aveva sfiorato lo avesse pugnalato. Dario e l'uomo urlarono e caddero a terra l'uno lontano dall'altro, 
Carlo corse  subito ad aiutare l'amico. 
«Cosa è successo?» chiese. 
«Una carica elettrostatica» rispose Rino «quel vecchio è passato vicino a Dario e c'è stata una sorta di scintilla tra loro, come un piccolo fulmine». 
«Ma che dici? E' impossibile!» lo riprese Carlo, 
«Ma sì, sono sicuro, l'ho visto!» insistette l'altro. 
Tutti si girarono alla ricerca del vecchio, ma ebbero appena il tempo di vederlo prendere la porta di uscita. 
Dario però riuscì a riconoscerlo, era il vecchio che lo aveva inquietato mesi prima. Si alzò e corse alla porta, voleva assolutamente sapere chi fosse, voleva capire cosa fosse appena accaduto. 
Purtroppo però, quando raggiunse la porta, non c'era più traccia dell'uomo. 
 
Il vecchio aveva osservato Dario da lontano, aveva ormai capito che, il giovane avvertiva la sua presenza, ma era ancora presto per affrontarlo. Doveva aspettare il verificarsi di alcuni eventi, voleva attendere che si fidanzasse, che discutesse la sua Laurea e cominciasse il dottorato. Questi eventi non potevano e non dovevano essere modificati, era impossibile stabilire cosa sarebbe accaduto in caso contrario. 
L'unico modo di uscire inosservato dal locale era passare alle spalle del ragazzo, ma doveva farlo velocemente, prima di essere visto. 
Dario si spostò proprio mentre lui passava, ed un dolore lo colpì al fianco destro. Gli sembrò che una lama gli si conficcasse nella carne, ma sapeva di doversi allontanare in fretta perché, se Dario lo avesse affrontato, i rischi sarebbero stati immani. 
Dolorante si rialzò e, zoppicando, si avviò alla porta. 
Conosceva bene il locale, da giovane lo aveva frequentato a lungo, c'era una porticina dalla quale si accedeva ai bagni. 
Il vecchio entrò, quando il ragazzo aprì la porta non vide nessuno. 
Quel giorno il vecchio capì che, doveva smettere di spiare Dario da lontano, avrebbe dovuto attendere il momento giusto, solo allora lo avrebbe affrontato.   
 
 
Terzo Capitolo 
 
L'inverno era arrivato e le uscite con gli amici si erano ridotte al venerdì ed al sabato, 
Dario aveva perso un po' di interesse per le scorribande con gli amici, soprattutto dopo che Alessia era ripartita per Milano, infatti con sua grande sorpresa si era reso conto di essersi preso una cotta per lei. 
Anche l'atteggiamento della ragazza era cambiato, passavano diverse ore a telefono e, durante la giornata, si inviavano una quantità infinita di messaggi. 
Dario addirittura preferiva restare a casa e parlare al telefono con Alessia, piuttosto che uscire con i suoi amici. 
Nel resto del tempo si dedicava all'altra sua grande passione, la fisica. Ormai aveva sostenuto tutti gli esami e gli restava solo di completare la tesi. La sua mente aveva sempre necessità di stimoli, persino la sua implacabile voglia di scherzare derivava dalla sua necessità di tenersi impegnato. Lo studio della fisica richiedeva tutto il suo impegno e tutta la sua attenzione, Dario non ne era consapevole, ma questo era uno dei motivi per cui amava tanto studiare. 
Natale era oramai vicino, per lui però era un giorno come un altro e, sebbene stesse attraversando la via principale della città, la sua mente stava ancora elaborando un concetto, di cui aveva scritto quella mattina. 
Una parte della tesi, a dispetto delle resistenze della Prof, affrontava il concetto del viaggio nel tempo, ed un ampio capitolo riguardava la coesistenza della materia due volte nello stesso tempo; si chiedeva cosa sarebbe potuto accadere se la materia proveniente da un altro tempo avesse “toccato” la sua versione del tempo presente. 
Se per assurdo un individuo, viaggiando nel tempo, avesse incontrato una versione più giovane o più vecchia di se stesso, che cosa sarebbe accaduto se questi si fossero anche solo stretti la mano? 
La tesi del giovane fisico era che la stessa materia non poteva occupare lo stesso spazio. Determinare le conseguenze era impossibile! 
Mentre passeggiava, la sua mente cercava, inutilmente, di venire a capo di quell'enigma ma, improvvisamente, qualcuno lo spinse. 
Una voce femminile disse: «Come si è permesso? Mi ha toccato il sedere!» 
Dario si destò dai suoi pensieri e si voltò stupefatto in direzione di quella voce, mise a fuoco e vide il viso di Alessia, con i suoi occhi a mandorla che, lo guardavano sorridenti. 
La ragazza si gustava lo stordimento di Dario, che per un istante restò immobile; poi, d'istinto, Egli l'abbracciò e la baciò sulla bocca. 
Era il loro primo bacio e, sebbene per telefono si fossero dichiarati, quel bacio sorprese e spiazzò piacevolmente Alessia. 
Quando la sera Dario e Alessia raggiunsero il gruppo di amici mano nella mano, tutti restarono sbigottiti. 
Nei giorni a seguire Dario si fece coraggio e si presentò al padre della ragazza, seguendo i costumi delle sue parti. 
Ufficializzò quindi il suo fidanzamento con Alessia e, in breve, convinse i genitori a farla partecipare alla sua Laurea che, allungò non di poco  le sue vacanze natalizie. 
 
“Il vecchio” osservava lo svolgersi degli eventi. 
Sapeva che, quel giorno Dario si sarebbe laureato e che a pranzo lui, la fidanzata e la sua famiglia sarebbero andati alla “Rupe”, il ristorante preferito da Dario e Alessia, dove spesso andavano a cenare la sera. Sapeva che, più tardi i ragazzi sarebbero tornati lì da soli e avrebbero passato parte della serata, ma sapeva anche che, quella sera Alessia avrebbe fatto una scenata di gelosia a Dario e che, arrabbiata, si sarebbe fatta accompagnare a casa. 
Sapeva che Dario avrebbe poi incontrato l'amico Luigi e avrebbe passato il resto della serata con lui al Pub. 
A fine serata Dario avrebbe lasciato a casa l'amico e, dopo una sosta al bar per un caffè, sarebbe tornato a casa. 
“Il vecchio” aveva programmato tutto, quello sarebbe stato il momento migliore per affrontare Dario, per raccontagli una parte della verità. 
Sì, solo una parte, era troppo presto e non poteva svelargli tutto. 
Le rivelazioni di quel giorno avrebbero reso più semplici quelle future e avrebbero preparato Dario a quello che “il vecchio” riteneva il suo compito. 
 
Era il giorno della Laurea di Dario, il ragazzo non stava nella pelle e si alzò prestissimo perché non riusciva a dormire. 
Fece una lunga e calda doccia per rilassarsi, andò nella sua stanza e cominciò a prepararsi. Mentre si vestiva ripassava, mentalmente, l'esposizione della propria tesi e preparava le risposte che avrebbe dovuto dare, in merito alla parte più ardita della stessa, quella relativa allo spazio- tempo. 
Temeva in particolar modo il possibile intervento del professor Cirillo, noto per avere messo più volte i laureandi in difficoltà. In alcuni casi aveva scoperto che gli studenti avevano copiato dal Web parti delle tesi ed aveva reso la loro Laurea un vero e proprio inferno. 
Tuttavia il ragazzo non temeva più di tanto il professor Cirillo, era sicuro del valore e dell'accuratezza del suo lavoro e sapeva che la sua Prof. lo avrebbe difeso. Nessuno osava contraddirla, era una docente anziana ed aveva un nome di rilievo nel mondo accademico. 
Arrivati all'università si sedette insieme agli altri studenti, quando lo chiamarono il cuore saltò un colpo e, per un istante, l'emozione prese il sopravvento. 
Quando iniziò a parlare, però, la paura sparì, la sua sicurezza tornò e la sua esposizione apparve sicura e credibile. Il professor Cirillo non proferì parola e l'esame andò benissimo. 
Subito dopo la Laurea si recarono tutti alla Rupe per gustare il menù che, era stato scelto da Alessia secondo i suoi gusti; come antipasto un cocktail di gamberi, poi farfalle al salmone, arrosto di carne ed infine ananas al maraschino. 
Finito il pranzo i due fidanzati passarono tutto il pomeriggio assieme e la sera Alessia andò a cambiarsi a casa della nonna per uscire di nuovo. Tornarono alla Rupe e ordinarono due pizze. 
Dario si guardò attorno e si soffermò ad osservare la cintura di una ragazza che aveva un colore orribile e per niente intonato con il resto dell'abbigliamento. 
All'improvviso avvertì un dolore molto forte al braccio, 
«Ahi, ma che fai?» disse Dario rivolto alla fidanzata che gli aveva appena dato un pizzicotto, 
«Ti ho visto l'hai guardata» rispose lei alterata; 
«Ma chi?» 
«Silvia! Le hai guardato le gambe, fai pena!» disse la ragazza fuori di sé; Dario si guardò intorno e si accorse che la ragazza con la cintura dal colore orribile era Silvia, la sua ex fidanzata, 
«Ti giuro che non l'avevo riconosciuta, non l'avevo proprio vista», 
«Le hai guardato le gambe!» riprese Alessia sempre più arrabbiata. 
Le giustificazioni di Dario non servirono e Alessia si fece accompagnare a casa della nonna. 
Dario le mandò diversi messaggi di scuse, ma Alessia non rispose ed a un certo punto spense il telefono. 
Mentre tornava a casa, il ragazzo incontrò Luigi e gli raccontò quanto era accaduto. 
«Ma come hai fatto a non riconoscere la tua ex? sei proprio cretino!», «stai tornando a casa? Vieni andiamo a prendere una birra». 
Arrivati ordinarono due birre e dopo un po' Dario si rivolse a Luigi e disse: «devo andare in bagno», 
«Beh e perché non vai?» ribattè l'amico, 
«Non posso, mi gira tutto, credo di avere bevuto troppo!», Luigi scoppiò a ridere e per poco non soffocò. Continuò a ridere mentre l'amico, tenendosi tra un tavolo e l'altro, si diresse verso il bagno. 
A fine serata Dario accompagnò Luigi a casa, l'auto era di Dario, tuttavia guidò l'amico. Arrivati sotto casa di Luigi, Dario decise di lasciare lì la macchina e di fare due passi. 
Lungo la strada vide un bar e decise di fermarsi per prendere un caffè. 
Il signor Melluso era un vero e proprio stacanovista, era sempre in servizio al locale e, anche quando era vuoto, trovava sempre qualcosa da fare. Amava il suo lavoro più di qualsiasi altra cosa, spesso Dario gli aveva sentito dire «se un uomo non si alza presto e non sente l'aria fresca del mattino, che campa a fare? Alle nove del mattino devi essere a buon punto del tuo lavoro, non puoi iniziare a quell'ora». 
Lo trovò lì, come al solito, a mettere in ordine, 
«Buona sera Dario, che fai in giro a quest'ora?» chiese il Sig. Melluso «Niente, ho deciso di fare due passi» rispose il giovane, 
«Mi prepara un caffè?» 
«Non e tardi per il caffè?» Chiese l'uomo, 
«Lo so, ma ho alcune cose da fare e voglio tenermi sveglio» mentì Dario, 
«Sì, lo so, il tuo professore ti aspetta in veranda. Mi ha detto di avvisarti non appena fossi arrivato». 
Dario restò interdetto, non aveva idea di cosa il sig. Melluso stesse parlando, tuttavia, senza fare trasparire il suo stupore, lo salutò e si avviò verso la veranda con la tazzina del caffè in mano. 
Non appena uscì vide la veranda semi vuota, dove vi erano diversi tavoli, poi vide “il vecchio”. 
L'uomo non si accorse subito di lui, era seduto e sembrava gustarsi quel momento. Dario lo guardò ed ebbe l'impressione che, pensasse a qualcosa con grande nostalgia, a guardarlo così, avrebbe giurato che, quel posto gli evocasse dei ricordi lontani. 
All'improvviso l'uomo lo notò e lo guardò con sguardo serio. 
«Ciao Dario vieni siediti, dobbiamo parlare, voglio rispondere a tutte le tue domande». 
Il ragazzo a quel punto era davvero stordito e non sapeva cosa pensare. 
Si avvicinò e si sedette. 
«Chi è lei? Cosa vuole da me?» disse Dario con tono sgarbato. 
«Sai cosa penso? Penso che tu sappia chi sono», «davvero in tutto questo tempo non ti sei fatto un'idea della mia identità?» «Davvero non hai capito chi sono?» 
«So come sei fatto, la tua mente non si ferma mai davanti ad un enigma, non rinunci mai, devi sapere la verità. In tutti questi mesi non puoi non aver intuito tutto, sono certo che, dopo l'incidente in cui ci siamo “feriti”, hai capito, anche se non lo hai detto a nessuno, infatti nessuno potrebbe capire; probabilmente, ti prenderebbero per pazzo, ma tu sai... ne sono certo, tu sai di me ... di noi». 
Dario non rispose, il “vecchio” aveva colpito nel segno, lui aveva un'idea molto precisa di chi fosse, tuttavia quella congettura gli sembrava così assurda che, non l'aveva rivelata a nessuno. 
“Il vecchio” prese in mano il bicchiere di birra che aveva davanti e disse: 
«Sai, quando ero ragazzo ero quasi astemio, reggevo pochissimo l'alcol, ma  non mi sono mai ubriacato, l'unica volta che arrivai ad essere brillo, fu il giorno della mia Laurea; la sera litigai con la mia ragazza e mentre tornavo a casa incontrai un amico di vecchia data e andammo in un locale che era in voga all'epoca. Dopo la seconda birra mi cominciò a girare tutto, lasciai che guidasse lui e tornai casa a piedi». 
Dario era sopraffatto dallo stupore. Come faceva quel vecchio a sapere i particolari di quella serata? Il vecchio però aveva ragione, lui conosceva già la risposta ma non riusciva ancora ad esprimerla. 
«Sì Dario, è proprio così.. io sono te, sono quello che diventerai fra sessant'anni». 
L'uomo continuò, dapprima raccontando a Dario cose che, mai avrebbe potuto conoscere, poi parlò di lui, di com'era fatto. Descrisse alcune cose che erano così personali che, Dario non ne aveva mai parlato con nessuno, riguardano i suoi stati d'animo, le sue paure, le sue aspirazioni, il suo modo di essere. Nessuno poteva conoscerlo così profondamente. 
Dario capì che era vero, “Il vecchio” stava dicendo la verità. 
All'improvviso qualcosa scattò dentro Dario, disse: «vecchio pazzo, cosa ci fai qui? Se tu sei chi dici di essere, sai bene dei rischi connessi alla tua presenza qui. Come ti è venuto in mente di venire a cercarmi? Ti rendi conto di quanto abbiamo rischiato quel giorno al locale? Io, tu, la nostra discendenza, forse anche i nostri antenati potrebbero essere cancellati per sempre se solo i nostri corpi fossero venuti, accidentalmente, a contatto. Tu per me sei solo la prova vivente che, un giorno diventerò un rimbambito!». 
Dario era fuori di sé dalla rabbia, come aveva potuto, quell’incosciente, fare una cosa del genere? 
«È ancora presto!», ribatté “Il vecchio”- «oggi non posso spiegarti tutto, sono qui per rivelarti la mia identità. Se fossi venuto direttamente da te, nel futuro, non mi avresti creduto e, probabilmente, la mia missione sarebbe fallita...tornerò e ti dirò tutto, ti svelerò perché sono tornato indietro a cercare il tuo aiuto. A presto Dario vivi la tua vita, ti aspetta tanta felicità!». 
Si alzò e si diresse verso l'uscita, Dario avrebbe voluto bloccarlo, ma non osava avvicinarsi troppo...non poteva toccarlo. 
Lo seguì fino al palazzo vicino, il muro davanti al vecchio sembrò aprirsi come una tenda, una folata di vento colpì lui e Dario, qui era oramai notte fonda, ma al di là del muro sembrava albeggiare e si vedevano una strada e dei negozi. 
Il vecchio entrò, la fessura si richiuse alle sue spalle, al suo posto restò soltanto un muro. 
 
Quarto Capitolo 
 
Dario era molto emozionato, aveva risparmiato diversi mesi per comprare l'anello. Quel “solitario” gli era costato molto più, di quanto potesse permettersi, aveva risparmiato i soldi delle lezioni private, che impartiva ed aveva aggiunto una piccola somma dalla borsa di studio, che riceveva per il suo dottorato di ricerca. 
Tuttavia non aveva rimpianti, aveva fatto qualche sacrificio, ma ne era valsa la pena. 
Alessia era tornata in paese la mattina, si erano incontrati ed avevano passato il pomeriggio insieme. 
Dario era deciso, era il momento di chiederle di sposarlo. 
Certo, inizialmente, avrebbero fatto grandi sacrifici e sarebbero vissuti, prevalentemente, con lo stipendio di lei, ma col tempo le cose sarebbero migliorate. La carriera di lui era appena all'inizio e la sua condizione economica non poteva che, crescere, ma, in realtà, ciò che contava, era solo stare insieme. 
Tornarono al loro ristorante preferito, La Rupe. 
Ordinarono i soliti cibi, Alessia era un tipo abitudinario e lui era disposto a mangiare anche qualcosa che, non apprezzava, particolarmente, pur di accontentarla. 
Le farfalle al salmone erano molto buone, ma Dario fece fatica a mangiarle, era troppo emozionato. Ad un certo punto della serata disse: «Mi prendi il cellulare dalla giacca, per favore?». 
La ragazza frugò nella tasca e trovò il pacchetto, Alessia sorrise, capì subito cosa stava per accadere e Dario la guardò divertito. disse: «no, non è per te ... lo sto tenendo a Luigi, più tardi deve darlo a Luisa». Alessia ignorò le parole di Dario ed iniziò a scartare freneticamente il pacchetto, quando vide l'anello restò paralizzata; 
«Ma quanto hai speso? Sei impazzito?» lo rimproverò, dolcemente, la ragazza. 
«Uffa, allora non mi credi? È di Luigi, leggi il biglietto e vedrai» ribatté Dario con tono scherzoso. 
Lei girò e rigirò il pacchetto in cerca del biglietto, lo trovò attaccato sul fondo, lo sfilò e lo lesse. 
C'erano scritte due sole parole: «Vuoi sposarmi?». 
«Visto? E' di Luigi, io queste cose sdolcinate non le faccio». 
Alessia non lo ascoltò, lo baciò e disse: «si!». 
A Dario non piaceva mostrarsi debole, avrebbe voluto fare qualche battuta per non tradire la propria emozione, ma non ci riuscì. 
Si avvicinarono teneramente l'uno all'altra e si baciarono. 
Quella mattina Dario arrivò, come sempre, all'università; si accorse subito di essere osservato dai suoi colleghi, alcuni addirittura lo additavano. Il ragazzo non capiva, ma era chiaro che, fosse successo qualcosa. 
Ad un certo punto uno dei suoi colleghi gli si avvicinò e disse : «Hai visto? Il professor Ruben ti ha menzionato nel suo ultimo articolo». Il professor Ruben era un fisico conosciuto a livello internazionale; non era normale che menzionasse o si occupasse delle ricerche di un dottorando, nella rivista scientifica in cui scriveva. 
«Mi ha menzionato? In che senso? Che vuoi dire?» disse Dario stupito, 
«Beh in realtà ti ha fatto a pezzi, ha demolito la tua teoria sulla fattibilità dei viaggi temporali». 
Dario era stordito, se questa cosa fosse stata vera, probabilmente, avrebbe potuto dire addio alla sua carriera accademica. 
Corse a leggere l'articolo e, quando si accorse che, ciò che gli avevano riferito era vero, fu preso dallo sconforto. 
Mentre era ancora con l'articolo fra le mani, si sentì chiamare dalla Prof. 
«Arrivo!» rispose Dario cercando di dissimulare la sua disperazione. 
Se anche la prof. lo stava abbandonando, allora sarebbe stata la fine per lui. 
Mentre si dirigeva verso la stanza, iniziò a riguardare con occhio diverso il proprio futuro. Era davvero disperato, le sue speranze di fare carriera come fisico erano finite. 
Entrò nell'aula e la Prof andò dritta al dunque: «Allora Dario, hai letto l'articolo del professor Ruben?» 
«Sì mi dispiace, è colpa mia. Lei mi aveva avvertito, ma io non ho voluto ascoltarla» rispose Dario, 
«Io pensavo che, le critiche sarebbero arrivate da fisici meno autorevoli, non credevo che, il professor Ruben si sarebbe interessato alle tue ricerche, tuttavia io credo che questa possa diventare per te una ghiotta opportunità». 
Dario non capiva, la prof lo guardò e sorrise 
«Come può un ragazzo così intelligente essere così stupido? Il professor Ruben ti ha concesso una inaspettata visibilità, questo è il momento per te di scrivere un libro sui viaggi nel tempo. Oltre all'articolo Ruben ha scritto un breve testo con il quale, questa volta, senza nominarti, smonta punto per punto le tue teorie. Dovrai controbattere in maniera valida. 
La Prof. diede il manuale a Dario il quale lo prese, si alzò e, ancora stordito, uscì dalla stanza. 
Nel pomeriggio Dario tornò dalla Prof., che gli disse: «allora Dario, hai letto qualcosa? Ti sei fatto un'idea di come articolare il libro che ti suggerivo di scrivere?», 
«Ho letto tutto il manuale, le critiche che mi ha mosso sono assolutamente inesatte», rispose Dario «posso ribattere a tutto senza problemi». 
Pieno di entusiasmo cominciò ad esporre le sue idee, dapprima   verbalmente, poi iniziò a scrivere sulla lavagna. 
La docente era sbigottita, lei aveva impiegato una settimana a leggere quel manuale ed aveva poi dovuto rileggerlo due volte prima di capirne appieno il contenuto. 
Dario lo aveva letto tutto in un pomeriggio e, non solo, lo aveva subito compreso, ma addirittura era già in grado di ribattere in modo credibile a quanto vi era scritto. 
Aveva capito, fin dal primo momento, quanto fosse promettente, ma solo adesso si rendeva conto di averlo sottovalutato. Quando il ragazzo ebbe finito, la Prof. gli disse: «Metti le tue teorie nero su bianco, poi ti presenterò al mio editore, un amico, gli dirò che adotterò il tuo libro come parte speciale nelle mie lezioni, così ti pubblicherà di sicuro». 
   
Quinto Capitolo 
 
Erano passati dieci anni, la vita di Dario era completamente cambiata. 
Si era sposato con Alessia, viveva a Bologna ed era professore ordinario presso una prestigiosa università privata. 
Come aveva previsto la Prof, la sua carriera aveva avuto una improvvisa accelerata e, in breve, aveva avuto diverse offerte da parte di vari atenei  privati. 
Alla fine aveva scelto quella di Bologna, perché gli dava grande libertà e perché lo avevano messo a capo di un progetto che, aveva lo scopo di testare le sue molto contestate teorie. 
In quel momento si trovava in Piazza Maggiore, seduto all'esterno di un piccolo bar che, aveva la vista sulla Chiesa di S. Petronio. 
Alessia malgrado il freddo ed il pancione aveva insistito per passare quel pomeriggio con il marito, 
«vedrai» gli aveva detto «quando nascerà la bimba non avremo più la possibilità di fare queste cose, approfittiamone, finché ancora ne abbiamo il tempo». 
Dario non si era affatto pentito, nonostante fosse piuttosto freddo, tuttavia quei momenti passati insieme ad Alessia erano piacevoli. Stettero infatti lì a gustare una cioccolata calda e a parlare della piccola Eva. Alessia era all'ottavo mese e oramai i due sposi parlavano della bimba come se fosse già nata. 
«Ecco, forza, poggia la mano» disse ad un tratto Alessia «senti? si è mossa!». L'uomo non riuscì a “sentire” ma, per non turbare quel momento magico, annuì alla moglie. 
Finirono la cioccolata e si alzarono e, mentre aiutava la moglie a scendere i gradini, avvertì per la prima volta dopo tanti anni quel brivido inconfondibile. 
Si guardò intorno ma non riuscì a vedere nessuno, in ogni caso però non aveva dubbi: il Vecchio era tornato. 
Era lì da qualche parte, anche se lui non riusciva a scorgerlo era lì, ne era sicuro. 
Mentre l'uomo si guardava attorno, la moglie emise uno strillo sommesso, Dario si girò verso Alessia e spaventato chiese: «che succede?», 
«Eva» rispose la moglie, «sta per nascere!», 
«cosa? ... Quando? ... Come? ...» rispose Dario terrorizzato. 
«Ma che ti prende?» riprese la moglie «dobbiamo andare in ospedale!»; 
«Si giusto!» disse Dario, tentando di riprendere il controllo di sé, «andiamo alla fermata dei taxi», mentre diceva così, cadde e si rialzò due volte. 
La fermata che, era proprio lì, in Piazza Maggiore, c'era una piccola fila di turisti, che aspettavano il loro turno. 
Dario vi si avvicinò, spiegò, brevemente, l'emergenza e chiese la cortesia di potere passare avanti; nessuno obiettò e i due entrarono in auto accompagnati dai sorrisi e dagli auguri delle persone in fila. 
Dopo solo due ore, e un numero non precisato di urla, la piccola Eva venne alla luce. 
L'ostetrica prese la bimba e la mise tra le braccia della mamma, Alessia   la baciò con la delicatezza di cui solo una madre può essere capace. 
Dario riprese tutto con il cellulare e inviò il filmato alla sorella di lei. L'uomo guardava madre e figlia ed un sentimento mai provato lo afferrò e lo scosse in un modo che, non credeva possibile. 
In quel momento gli parve che, nulla avesse importanza, la sua carriera, le sue ricerche, il denaro ed il benessere che, aveva conquistato negli ultimi anni, gli sembrarono delle inezie. 
Incominciò a vedere la sua vita sotto una luce diversa, la sua famiglia era l'unica cosa, veramente, importante. 
Nei cinque minuti successivi i telefoni dei neo - genitori squillarono senza sosta, a causa dei numerosi parenti che, chiamavano per fare gli auguri. 
Risposero alle prime chiamate, poi silenziarono i telefoni, riproponendosi di richiamare, appena possibile. 
 
Il Vecchio si era recato lì, proprio quel giorno, perché si stava avvicinando il momento di “parlare” nuovamente con Dario. 
Tuttavia non aveva resistito alla tentazione di rivivere la nascita della propria figlia, quello era uno dei momenti più importanti della sua vita. 
Si avvicinò molto ai due, ma in modo da non essere visto. 
Osservò Dario cadere e rialzarsi per due volte, rivide la propria moglie ancora giovane e vide la felicità nei suoi occhi. 
All'improvviso, mentre li osservava, si accorse di due persone che, non avrebbero dovuto essere lì. 
Appartenevano alle guardie private della Ultracorp S.p.a., la società che aveva finanziato la costruzione della macchina del tempo. 
Inizialmente il Vecchio pensò che fossero lì per lui, pensò che avessero scoperto il suo tentativo di cambiare il corso degli eventi, poi però capì che non era così, erano lì per Dario. 
Di lì a poco lo scienziato avrebbe fatto una scoperta relativa al flusso temporale, cosa che avrebbe reso possibili i viaggi nel tempo. 
Dopo la realizzazione della macchina, tuttavia, Dario sarebbe diventato il primo oppositore ad un utilizzo scriteriato della macchina. 
Avrebbe speso tutto il resto della sua vita nel tentativo di imporre alla comunità internazionale, seppur senza riuscirci, un codice etico per l'utilizzo di quel mezzo così “pericoloso”. 
Sì, era evidente, erano lì per Dario. 
Una volta che lui avesse fatto le sue prossime scoperte, avrebbero potuto eliminarlo. 
 
Dario si stava recando all'Università, che si trovava a poche decine di metri dalle “Due Torri”. 
Come tutti i giorni aveva lasciato l'auto in un parcheggio vicino alla fermata degli autobus e ne aveva preso uno. 
Subito dopo la “Porta” era sceso, si era infilato sotto i suggestivi “portici” ed aveva iniziato la sua breve passeggiata. 
Appena sceso  sentì il cellulare squillare. 
Era suo zio, quello a cui lui era, particolarmente, affezionato. 
Lo zio si era sposato tardi ed era rimasto senza figli per ben 9 anni ed in quel periodo si era dedicato, completamente, ai figli della sorella e, dopo tanti anni, il legame fra zio e nipote era forte, come quando era ragazzino. 
«Ciao Cicciobello» tuonò scherzosa la voce dello zio «mi hanno riferito che sei diventato “babbo”» disse, giocando sul significato della parola, 
«Ciao zio, sì è vero, sono davvero diventato “babbo”; mia figlia mi ha fatto proprio rincretinire. È la cosa più bella che mi sia capitata, non pensavo che, un figlio potesse cambiarti così la vita. Tu come stai?», 
«Non troppo bene purtroppo, mi hanno trovato  un tumore maligno, l'unica buona notizia è che, al momento non ci sono metastasi». 
Dario restò un attimo senza parole, la notizia lo aveva colpito come un pugno nello stomaco, anche se tentò di dissimulare la sua preoccupazione  dicendo: «dai non preoccuparti, vedrai che andrà tutto bene, te ne sei accorto in tempo, dovrai lottare un po', ma ti riprenderai». 
«Non preoccuparti, me la caverò!» rispose, mentendo lo zio, poi per cambiare discorso riprese a scherzare 
«allora a quando il primo viaggio nel tempo?», 
«Figurati, magari fosse così semplice» rispose Dario, «al momento stiamo per avviare una macchina che ci consentirà di “guardare” al flusso temporale e poi, se saremo fortunati e se le mie tesi dovessero essere  corrette, riusciremo a fare brevi “viaggi” avanti ed indietro. 
Con le tecnologie attuali non sarà semplice ed onestamente non sono così dispiaciuto. L'università è di proprietà della Ultracorp e dubito che farebbero un buon uso delle mie ricerche, se dovessero esserci implicazioni pratiche troppo importanti». 
La telefonata continuò per altri dieci minuti, poi Dario arrivò a destinazione, salutò e chiuse la conversazione. 
Quel pomeriggio avviarono la macchina che avrebbe raccolto dati sul flusso temporale, tutto andò come Dario aveva previsto. 
Lo scienziato si allontanò e tornò dopo un paio d'ore, il tempo necessario per acquisire i primi dati. 
Al suo ritorno trovò i suoi collaboratori       parecchio impegnati e,  palesemente, confusi. 
Il ragazzo era a capo delle operazioni in assenza di Dario. Non appena lo vide, tirò un sospiro di sollievo e disse: «Professore è qui, meno male. I dati che stanno arrivando, sono contraddittori e non riusciamo ad  interpretarli correttamente». Dario prese in mano i fogli appena usciti dalla stampante e si mise a leggerli. Si avvicinò poi allo schermo per continuare a decifrare i dati in arrivo in tempo reale. 
Ad un certo punto prese a lavorare, come avveniva sempre, quando dava tutto se stesso; cominciò ad operare in modo frenetico. 
Iniziò a scrivere alla lavagna, velocemente, e nessuno dei presenti riusciva ad interpretare nulla. 
Se in quel momento fosse entrato uno sconosciuto, lo avrebbe preso sicuramente per matto. 
Al termine, trascrisse una formula a caratteri cubitali sulla lavagna. 
Gli scienziati presenti, che fino a quel momento non avevano idea di cosa l'uomo stesse facendo, finalmente capirono. 
«Professore si rende conto delle implicazioni di quello che ha appena scoperto?» disse il più acuto dei suoi collaboratori, «nel giro di pochi anni si potrà viaggiare nel tempo, potremo andare “avanti” ed indietro” senza alcun problema!». 
«Non correre troppo», ribatté Dario, «possiamo dire che, quando avrò ricontrollato, e qualora il risultato dovesse essere il medesimo, il “viaggio nel tempo” sarà sicuramente più vicino». 
 
Quinto Capitolo 
 
Come al solito Dario si stava recando a lavoro, scese alla prima fermata dopo la “porta” e iniziò la sua consueta passeggiata. 
Le settimane appena passate erano state frenetiche, aveva pubblicato le sue scoperte sul flusso temporale. 
Inizialmente, la notizia non aveva avuto un grande clamore ma, col passare del tempo, il mondo scientifico ne aveva colto le implicazioni pratiche e  questa si diffuse molto nell'ambiente. 
Inevitabilmente la notizia della possibilità di viaggiare nel tempo, dapprima si divulgò sui social, poi presso i media. 
In breve, Dario e il suo Team finirono al centro di molte polemiche e di numerosissime critiche. Spinto dalla Ultracorp, fu costretto ad indire una conferenza stampa, per spiegare le sue teorie ad un pubblico non addetto ai lavori. 
Utilizzò l'immagine del strada tortuosa, per farsi capire, disse: «il flusso temporale non è una linea retta, in realtà è più simile ad una strada tortuosa, la si può percorrere facendo tutte le curve o la si può attraversare in linea retta, in ogni punto del “tempo” vi sono delle aperture verso altri “tempi”, attraverso queste possiamo viaggiare da un “tempo” ad un altro». 
Dopo diverse settimane, finalmente, il clamore si era placato, Dario poteva di nuovo gustarsi la sua solita passeggiata, prima di andare a lavoro. 
Lo scienziato pensava alla sua conversazione con l'ingegnere che, gli aveva affiancato la Ultracorp, erano sorti diversi problemi pratici, relativi alla costruzione della prima macchina del tempo e Dario aveva dato il suo contributo, però quello non era il suo campo e non era riuscito ad essere utile, come avrebbe voluto. 
Mentre passeggiava sotto i portici, preso dai suoi pensieri, si accorse di tre giovani. 
Non appena lo videro arrivare si separarono, il primo restò fermo, fece passare Dario e si preparò a seguirlo, gli altri due si allontanarono e si misero l'uno ad una distanza di circa di cinque metri dall'altro. 
Alla fine Dario si trovò ad avere di fronte a sé uno di loro e gli altri, uno davanti e l'altro dietro, ad una distanza di circa cinque metri. 
I ragazzi erano alti e fisicamente prestanti, non sembravano, né giornalisti, né ladri, era, però, evidente che, lo avessero “puntato”. 
Inizialmente, Dario non si era, particolarmente, preoccupato, se fossero stati dei ladri non avrebbe fatto resistenza, avrebbe vuotato il portafogli, tutto sarebbe andato bene. 
Tuttavia qualcosa nel loro modo di fare lo aveva messo in allarme, non sembravano dei banali ladri; in pochi secondi lo avevano accerchiato, chiudendogli ogni via di fuga, sembravano piuttosto dei militari. 
Continuò a camminare, facendo finta di niente e, quando giunse vicino all'uomo al centro, si accorse che questi impugnava un enorme coltello. 
A quel punto Dario capì, non erano dei ladri, ma erano dei sicari. 
Dario scattò come un coniglio che, fiuta la volpe, partì ad una velocità di cui, non credeva di essere capace. Riuscì a sfuggire al fendente dell'uomo più vicino, ma l'altro, con grande rapidità, mirò al cuore ed affondò il coltello. 
Dario tentò di schivare il colpo, che infatti non raggiunse il suo obiettivo, ma si conficcò nel suo deltoide. 
Paradossalmente, la pugnalata diede forza allo scienziato, il quale continuò la sua fuga in direzione del centro. 
I sicari non si scomposero e lo inseguirono. 
Mentre i passi di lui erano concitati e a tratti persino scomposti, i tre uomini lo seguivano a grande velocità ad andatura ritmata, sapevano che lo avrebbero raggiunto a breve e che Dario, da un momento all'altro, sarebbe caduto a terra stremato. 
Sentiva i passi dei tre uomini avvicinarsi sempre di più, capiva che, a breve, lo avrebbero raggiunto. Mentre lo scoraggiamento prendeva il sopravvento e l'adrenalina in circolo diminuiva, il dolore alla spalla si fece più intenso. 
Dario si accorse del pugnale che, usciva dalla sua spalla e, improvvisamente, gli venne l'idea di estrarre il pugnale, poi si girò e lo puntò al cuore dell'uomo che, ormai era a pochi passi da lui. 
Se Dario fosse stato un uomo d'azione, se quei giovani non fossero stati così ben addestrati, forse avrebbe avuto una possibilità; Dario però era uomo di scienza e non un combattente e non aveva mai impugnato un'arma prima di allora. 
Il coltello colpì lo sterno dell'uomo, ma non penetrò nell'osso; lo stesso, tuttavia, tagliò la carne di lui dal petto fino all'ascella. 
Il killer urlò e cadde su Dario, gli altri due non riuscirono ad arrestare la propria corsa e finirono entrambi addosso ai primi. 
Dario si rianimò per primo, vide uno dei due aggressori steso a terra con un taglio sulla testa e privo di conoscenza, l'altro aveva un pugnale conficcato nella schiena e tentava di estrarlo, senza riuscirci. 
Il terzo era l'uomo ferito da Dario, questi non solo non era fuori combattimento, ma addirittura sembrava più pericoloso di prima, era, palesemente, infuriato e la cosa lo rendeva, estremamente, letale. 
Dario si rialzò e riprese a correre, il Killer lo inseguì, questa volta, però, i suoi passi erano scomposti quanto quelli dell'inseguito. 
La corsa durò poco, Dario al limite delle sue forze cadde in ginocchio e in breve il suo inseguitore lo raggiunse. Lo scienziato capì che era finita, da lì a poco sarebbe morto. 
I suoi ultimi pensieri furono per la moglie che, avrebbe lasciato sola, e per la figlia che, non avrebbe visto crescere. 
Il killer raggiunse la sua vittima, con fare esperto cambiò l'impugnatura del pugnale e si preparò a colpire Dario alla base del collo; in quel momento si udì un suono metallico. 
Il killer cadde a terra morto, aveva gli occhi ancora aperti e sulla fronte si vedevano i fori dei proiettili. 
Dario si girò in direzione degli spari e vide un poliziotto con in mano una pistola, poi svenne. 
 
Il Vecchio aveva seguito da lontano le guardie della Ultracorp; loro non lo avevano notato. Li aveva visti più volte fare un sopralluogo nel posto, dove avrebbero ucciso Dario. 
Quando, quel giorno, li aveva visti uscire dal B&B dove alloggiavano con i pugnali alla cinta, capì che, quello era il giorno in cui avrebbero ucciso lo scienziato. Li osservò a distanza, li vide prendere posto, pronti a mettere in atto il loro piano. 
Il Vecchio credeva di avere ancora tempo, tuttavia quel giorno Dario aveva preso l'autobus in anticipo e arrivò sul luogo prima del previsto. 
Quando il Vecchio lo vide scendere, si mise a correre in direzione delle torri, sapeva che lì, da qualche tempo, sostavano dei poliziotti e voleva avvisarli di quanto stava accadendo. 
Aveva pianificato tutto, ma l'arrivo in anticipo di Dario gli aveva impedito di avvisare, in tempo, gli agenti. Correva più che poteva, ma l'età e gli acciacchi lo rallentavano. 
Finalmente arrivò a destinazione e, quasi senza fiato, spiegò agli agenti di avere visto tre uomini armati di pugnale tentare di uccidere un tizio. I poliziotti si avviarono, impugnando le armi, percorsero un breve tratto e videro un uomo in piedi prepararsi a sferrare una pugnalata ad un altro, messo in ginocchio. Un istante prima del colpo fatale, l'agente sparò ed il killer cadde a terra morto. 
 
L'anziano era nella sua casa, nel suo tempo, e si svegliò di soprassalto. Era sudato, spaventato. Aveva sognato il tentato omicidio della sua controparte più giovane; era lui l'uomo inseguito, era lui che, ad un certo punto si era arreso, attendendo il colpo finale dell'assassino. 
Era la seconda volta che gli capitava. 
Dopo qualche giorno dall'incontro con il giovane Dario al bar del Sig. Melluso, gli era tornato in mente quel ricordo, come se lo avesse vissuto al posto del giovane. Nella “sua realtà” questi fatti non erano mai accaduti, eppure lui ne aveva un ricordo nitido e chiaro. 
Questo avrebbe confuso chiunque, ma non lui. 
Per il Vecchio, quella era la prova che, la storia poteva essere cambiata, che il suo intervento era necessario. 
Il potere della Ultracorp dopo la creazione della macchina del tempo era cresciuto a dismisura, non avrebbe esitato ad utilizzarlo per denaro, senza curarsi troppo delle conseguenze. Anche il prestigio del Vecchio era, incredibilmente, aumentato. Era l'inventore della macchina del tempo, era considerato il nuovo Einstein. 
 
Aveva utilizzato tutta la sua autorevolezza per impedire che, atti folli fossero compiuti. 
Una parte della comunità ebraica aveva ipotizzato di “rieducare” il giovane Hitler; i nipoti degli abitanti di Nagasaki avevano immaginato, di impedire la creazione della bomba atomica; altri ipotizzavano, di prelevare un esemplare di dinosauro e portarlo nell'era presente. Qualcuno aveva persino immaginato di poter filmare la nascita di Cristo o la sua morte sulla croce. 
Il Vecchio scienziato, tuttavia, non era preoccupato per le richieste più o meno bizzarre che provenivano dall'opinione pubblica o da gruppi organizzati circa l'utilizzo della sua scoperta, quanto dell'uso che, per accrescere il proprio potere o a fini di lucro, poteva farne la Ultracorp. 
Fino a quel momento si era limitata a verificare che, il viaggio nel tempo fosse possibile con brevi viaggi indietro e avanti nel tempo, adesso però,  si preparava a trarre profitto dal suo investimento e non intendeva farsi fermare da nessuno. 
L'anziano fino a quel momento era riuscito a bloccarli, ma ora le forze cominciavano ad abbandonarlo e, alla sua morte, la Ultracorp non avrebbe avuto più ostacoli e presto l'intera umanità sarebbe stata in pericolo. Aveva  pensato di chiudere le “aperture” fra un tempo e l'altro, ma questo era possibile solo utilizzando il misuratore del flusso temporale inventato da Dario nel presente. 
Quel macchinario si trovava alla sede della Ultracorp e non era più stato utilizzato dopo la formulazione della teoria della “strada tortuosa”. Nessuno tranne il Vecchio lo sapeva, ma quel macchinario poteva essere usato, per chiudere i varchi fra una tempo ed un altro e rendere più difficoltoso il viaggio. Dopo, viaggiare sarebbe stato ancora possibile, ma per piccoli spostamenti. 
Sicuramente in futuro, con l'avvento di nuove tecnologie questo limite sarebbe stato superato, ma questo avrebbe dato tempo all'umanità di “crescere” ancora, di essere pronta ad un'invenzione così terribile come la macchina del tempo. 
Il Vecchio tuttavia aveva capito tardi che, avrebbe perso la sua battaglia con la società, ormai non aveva più accesso alla sede di questa e non poteva in nessun modo modificare il flusso temporale.   
Dal suo punto di vista, l'unica possibilità per salvare l'umanità era convincere Dario. 
Il Vecchio era riuscito in segreto a costruire un'altra macchina del tempo; di ritorno da uno dei suoi viaggi segreti aveva scoperto che, il suo tempo era cambiato. Il suo primo collaboratore era morto giovanissimo in un incidente stradale e lui non lo aveva mai conosciuto. 
Il vecchio scienziato aveva quel ricordo solo perché, nel momento in cui era stato cambiato il corso degli eventi, lui si trovava in un'altra epoca, altrimenti non si sarebbe mai accorto della sua scomparsa, non avrebbe ricordato nemmeno la sua esistenza. 
Questo lo aveva spinto a contattare Dario, solo la sua versione più giovane poteva impedire che, la Ultracorp cambiasse il tempo, mettendo in pericolo tutta l'umanità. 
Come di consueto, dopo il ritorno dai suoi viaggi temporali, il Vecchio controllò gli eventi storici, per verificare se la Ultracorp avesse cambiato qualcos'altro. Aveva creato un algoritmo che, gli consentiva di individuare eventuali stranezze nel flusso temporale. 
Fece una scoperta che lo fece rabbrividire. Non c'era più tempo da perdere, doveva andare da Dario e convincerlo a fare ciò che era necessario! Stampò i risultati di quella ricerca e si preparò per raggiungere la sua controparte giovane. 
                         
 
Sesto Capitolo 
 
Erano passati sette anni dall'attentato, Dario si trovava presso la “Scala dei Turchi”, un’unica e bellissima spiaggia siciliana. 
Aveva affittato una piccola villa, dove stava trascorrendo le vacanze estive. L'uomo era intento a far mangiare il suo secondogenito, Giulio, mentre la moglie era ai fornelli. 
Mentre era impegnato con il figlio piccolo, Eva si arrampicava sulla schiena del padre, poggiando le ginocchia sulle spalle e saltando su e giù. 
L'uomo ignorava la figlia, la quale continuava imperterrita la sua scalata. Dario adorava i suoi figli e questi non esitavano ad approfittarne. 
«Eva smettila di disturbare Papà, sta dando la pappa a Giulio» la rimproverò la madre. 
«Non sdurbare Babà, onella!» gli fece eco il piccolo, i genitori si guardarono e scoppiarono a ridere. Anche Eva rise, poi si avvicinò al fratello e lo punzecchiò 
«No! Tu sei monello! Papà è mio!», 
«No! È mio! Mio, mio!» rispose il piccolo, 
«Vieni di là, aiutami a fare andare la lavatrice» disse Alessia ad Eva per mettere fine alla discussione. 
Arrivò il pomeriggio e Dario uscì di casa per la sua solita passeggiata. Era passato tanto tempo dall'attentato, l'uomo non conosceva con precisione le ragioni, ma era convinto che i sicari venissero dal futuro. Aveva capito subito chi era il vecchio misterioso che, gli aveva salvato la vita e che, era scomparso subito dopo l'accaduto, non essendo le forze dell'ordine riuscite ad identificarlo. 
Aveva capito che si trattava della sua controparte anziana. 
Anche l'identità degli uomini mandati ad ucciderlo era rimasta un mistero, erano stati arrestati, ma non si era riusciti ad identificarli; era come se fossero spuntati dal nulla. Erano evasi pochi giorni dopo l'arresto e le forze dell'ordine non erano riusciti a capire come avessero fatto. 
Erano semplicemente spariti dalla cella. 
Dopo l'attentato aveva nuovamente analizzato il flusso del tempo e l'analisi di questo indicava l'assenza di varchi per un periodo di circa sette anni; il tempo era trascorso e di recente si era aperto un nuovo passaggio. Lo scienziato per quei lunghi anni aveva, volontariamente, ignorato la cosa, ma adesso ci pensava sempre più spesso e non sapeva cosa attendersi. 
L'uomo si stava recando come ogni Domenica a Messa. I preti della zona si erano organizzati e svolgevano la Funzione in una villetta, messa a disposizione da un parrocchiano. Lo scopo era quello di facilitare la partecipazione alla funzione dei fedeli in ferie. 
Mentre vi si recava, vide in lontananza la figura inconfondibile del Vecchio. Si trovava lungo la strada e, senza alcun dubbio, lo stava aspettando. 
Giunto a pochi metri, Dario lo salutò 
«ciao, sei tornato? Ho tante domande da farti, sediamoci da qualche parte e parliamo». 
Dario lo guardò e per la prima volta colse una certa somiglianza fra lui e la sua controparte. 
«Devo ringraziarti, se quel giorno tu non fossi intervenuto, sarei morto» disse Dario, rompendo il ghiaccio, 
«In realtà ci sono eventi che devi conoscere, che sono ben più gravi del tuo attentato. Se il direttore generale della Ultracorp, il dottor Boschi, non sarà fermato, le conseguenze delle sue azioni potrebbero nuocere all'intera umanità» ribatté il vecchio scienziato, 
«Sei sicuro di quello che dici? Certo, non definirei l'Ingegner Boschi una persona per bene, ma non mi sembra un uomo capace di ordinare un omicidio; inoltre, nonostante i nostri scontri sull'utilizzo della macchina del tempo siano noti a tutti, ci stimiamo e rispettiamo vicendevolmente. No!  Ti sbagli, non è lui il mandante del mio attentato», 
«nei prossimi trent'anni cambieranno tante cose» rispose il Vecchio, «il Boschi di cui parlo io non è l'ingegnere, ma il nipote, è un uomo privo di scrupoli; per denaro è capace di qualsiasi cosa». 
«Non capisco, l'ingegnere non è così vecchio ed è in ottima salute, com'è morto?» chiese Dario. 
«in circostanze misteriose. Il suo aereo privato è caduto. Pare sia stato sabotato. È morto il giorno dopo avere fatto testamento in favore del nipote». 
«Ma perché mi vuole morto?» chiese infine Dario. 
«Se fosse riuscito ad ucciderti in quel momento, tu non saresti mai diventato il principale oppositore ad un uso “libero” della macchina del tempo. Credo che, ormai, il suo interesse alla tua morte sia venuto meno» spiegò il vecchio Dario. 
«Perché sei venuto a cercarmi? Cosa vuoi? Cosa ti ha spinto? Perché dici che l'intera umanità è in pericolo?» chiese Dario. 
«Sai chi è Roger?» domandò il Vecchio, 
«No, non ne ho idea» rispose Dario, 
«Eppure dovresti conoscerlo, hai fatto da padrino a suo figlio ed è stato il tuo più fidato collaboratore; sarebbe diventato, insieme a te, un fiero oppositore ad un uso improprio della macchina del tempo; invece è morto ragazzino in un incidente stradale», spiegò il Vecchio. 
«Mio Dio! Come hanno potuto?» rispose Dario, portandosi le mani alla testa, 
«purtroppo hanno compiuto crimini ben più gravi, hanno alterato alcuni eventi che, potrebbero mettere in grave pericolo l'umanità intera». «Parlami dei dinosauri» disse con tono di sfida il Vecchio, «parlami degli animali sopravvissuti all'estinzione» continuò, 
«Gli uccelli sono sopravvissuti, qualcuno di recente ha teorizzato che, un gruppo sparuto di dinosauri continuò a sopravvivere, dopo l'evento che portò all'estinzione di gran parte di essi, ma anche questi comunque alla fine scomparvero» rispose  Dario cercando di ricordare il contenuto di alcuni articoli letti di recente. 
«Già, e quale altro animale è sopravvissuto fino ad oggi?» lo incalzò il Vecchio, 
«non saprei... i coccodrilli, alcuni scienziati ritengono che, la loro capacità di entrare in una sorta di letargo, gli abbia consentito di non esting...» Dario si blocco, dallo sguardo del Vecchio, aveva capito, « vuoi dire che ... no, non è possibile ...», 
«sì, nella mia realtà i coccodrilli si sono estinti insieme ai dinosauri, io ne mantengo intatto il ricordo solo perché, quando questi eventi sono stati cambiati, stavo viaggiando nel tempo, ero fuori dal flusso temporale» spiegò l'uomo. 
«C'è dell'altro vero?» Chiese Dario, «hai detto che l'umanità è in pericolo, c'è qualcosa che, ancora non mi hai detto!», 
«Si, è così» rispose il Vecchio, «conosci i fatti relativi al fallito attentato ad Hitler? Nella mia “realtà” non c'è stato nessun attentato», Dario rabbrividì, avrebbe preferito che, il suo interlocutore non gli avesse raccontato nulla, il senso di colpa lo assalì, 
«ma perché? ...» si limitò a chiedere confuso, 
«nel mio tempo la Ultracorp ha ricevuto due donazioni milionarie, una da una associazione animalista “estremista” e l'altra da un gruppo di facoltosi Ebrei, discendenti delle vittime dell'olocausto. Se nessuno dovesse fermare il Boschi, questi prima o poi farà qualcosa di irreparabile; in un modo o nell'altro deve essere fermato!». 
 
Le ferie erano terminate e Dario era tornato a lavoro, il Vecchio gli aveva chiesto di chiudere tutti i varchi temporali, ma lui era molto restio e non aveva ancora deciso. 
Quel giorno l'Ingegner Boschi si trovava a Bologna ed aveva deciso di andare a visionare la macchina del tempo. Quando l'ingegnere vide Dario lo guardò con un sorriso beffardo e, rivolgendosi al giovane che aveva accanto, disse:  «Francesco, ti presento il Dott. Ferrante, questo è l'uomo che ha inventato uno strumento che avrebbe dovuto rendere ricco lui e me, ma pare che sia troppo nobile e non riesca a non porsi futili problemi etici». 
«La prego Ingegnere ne abbiamo parlato tante volte...» ribatté Dario, 
«Non preoccuparti, stavo scherzando. Non sono qui per questo, volevo far fare un giro dell'azienda a mio nipote Francesco ed ho deciso di cominciare da qui». Dario era stato messo sull'avviso dal Vecchio e aveva puntato il giovane non appena lo aveva visto. Ad un primo sguardo il ragazzo sembrava mite e dimesso, ma era giovane e non aveva ancora imparato a dissimulare i propri sentimenti. Infatti, aveva visto uno sguardo astioso in lui, quando lo zio aveva identificato Dario, come l'inventore della macchina del tempo. 
Tuttavia lo scienziato non era ancora convinto che, il giovane fosse capace di ordinare omicidi o di uccidere il proprio zio. 
Il ragazzo si mostrava molto affettuoso e mostrava disinteresse verso l'azienda. Dario continuava a guardarlo «Francesco dovrà fare un bel po' di gavetta, ma un giorno prenderà il mio posto» disse l'ingegnere con tono di orgoglio. 
Per un attimo gli occhi del giovane si accesero e una brama lasciva trasparì evidente; probabilmente, Dario non si sarebbe accorto di nulla se il Vecchio non lo avesse messo in guardia, ma per fortuna lo aveva fatto. Aveva ragione, il ragazzo era un pessimo individuo, certamente, il giorno in cui avesse rimpiazzato lo zio, avrebbe portato non pochi problemi. 
Passarono poche settimane e si venne a sapere dell'incidente all'aereo  dell'ingegnere, questi era morto e la società era allo sbando, tutti si chiedevano cosa sarebbe accaduto ora, chi avrebbe preso le redini dell'azienda e cosa sarebbe cambiato per i dipendenti. 
Molto rapidamente, fu aperto il testamento, si scoprì che l'ingegnere, il giorno prima dell'incidente, aveva apportato delle modifiche, lasciando l'azienda al nipote. Era evidente che, il ragazzo non aveva voluto aspettare oltre. 
Dario era sconcertato e non credeva che, un ragazzo così giovane potesse essere così privo di scrupoli. Le forze dell'ordine non avevano trovato nessuna prova che, il giovane fosse il mandante dell'omicidio, tuttavia tutti pensavano che, lui fosse il responsabile della morte dell'ingegnere. 
Pochi giorni dopo il suo insediamento a capo della società, il giovane Boschi mandò a chiamare Dario, che gli fece sapere di essere impegnato e chiese la “cortesia” al Dott. Boschi di andare lui a trovarlo. 
Il ragazzo piombò nell'ufficio di Dario furibondo, 
«l'ho fatta chiamare, come si è permesso a non ubbidire?» disse fuori di sè, «l'avviso, la pacchia è finita! D’ora in poi lei farà come dico io o sarà licenziato» continuò il ragazzo. 
«Ecco qui le mie dimissioni!» rispose Dario, il ragazzo restò senza parole ma, prima che potesse ribattere, Dario continuò: «quando io ho iniziato a lavorare qui, le mie teorie avevano sconvolto il mondo scientifico, tutti avevano capito che, effettivamente, era possibile creare una macchina del tempo e io ricevetti un numero spropositato di proposte. Non accettai quella più remunerativa, ma quella che, mi dava più libertà nelle ricerche. Fra le condizioni che posi, vi fu quella che, in caso di licenziamento o di mie dimissioni motivate, io potevo rivendicare tutti i diritti sulla mia invenzione e la società avrebbe dovuto risarcirmi di venti milioni di euro». 
A quel punto Dario si alzò in piedi e rivolgendosi al ragazzo con aria di sfida disse: «ora cortesemente esca dalla mia stanza e, la prossima volta, prima di venire, prenda un appuntamento con la mia segretaria. Fuori! vada via!» gli ordinò Dario indicando la porta. 
Il ragazzo uscì senza fiatare, simulando un'arrabbiatura e dissimulando il terrore di perdere tutto. 
«Se ne è andato con la coda fra le gambe» commentò il giovane collaboratore di Dario, «non ti darà più fastidio», 
«Temo che tutto questo lo renderà più cauto e più pericoloso» disse Dario, «alla fine dovrò decidere cosa fare per fermarlo» disse Dario ripensando alle parole del Vecchio.            
Come al solito Dario aveva parcheggiato alla fermata degli autobus e si apprestava ad andare a lavoro, durante la strada squillò il cellulare e sullo schermo lesse “ziolone”, lo zio si era aggravato ed ogni telefonata per Dario era un supplizio e faticava tantissimo a dissimulare il suo dispiacere. Di solito era Dario a chiamare, era strano che, succedesse il contrario; toccò lo schermo e rispose 
«Ciao ziolone, come va?» disse Dario senza attendere che, l'interlocutore parlasse per primo, 
«ciao Dario sono Luisa» rispose la voce dall'altra parte, 
«ciao Luisa dimmi...» ribatté sulle spine, 
«so che lui avrebbe voluto che ti avvisassimo» continuò l'altra, «mio papà è morto questa mattina». 
Dario rimase per un po' in silenzio, la notizia era nell'aria, ma questo non la rese meno dolorosa, 
«Mi dispiace tanto, ti faccio le mie condoglianze... credo che non riuscirò a venire al funerale» aggiunse, infine, per spezzare il silenzio, «Tranquillo, lo immaginavo» rispose la cugina. Seguirono un po' di frasi di circostanza, poi la telefonata terminò. 
Gli ultimi giorni, per Dario, erano stati parecchio difficili; aveva avuto diversi problemi sul lavoro, il Dott. Boschi aveva ridotto al minimo i finanziamenti al progetto “macchina del tempo” ed aveva più volte mandato funzionari ad effettuare controlli, aveva, persino, assunto degli investigatori, per verificare se, fra i dipendenti vi potesse essere qualche “furbetto del cartellino”. 
Ovviamente i controlli si concentravano principalmente su Dario. 
Aveva scoperto, però, che il contratto dello scienziato non lo vincolava al rispetto di un orario e che, comunque, le ore trascorse a lavoro da questi, erano superiori a quelle di tutti i suoi collaboratori. 
La notizia della morte dello zio era arrivata, dunque, in un momento difficile per Dario, contribuiva, quindi, ad aumentare la sua indecisione sul da farsi. 
Quel giorno decise di scendere alla fermata di fronte a Piazza Maggiore. Si diresse verso S. Petronio, entrò e pregò. Pregò per lo zio e pianse un pianto senza lacrime. 
Dopo un po' cominciò a riflettere sul da farsi a lavoro. 
Quando si alzò ed uscì dalla chiesa, aveva deciso; avrebbe lottato contro quel ragazzetto viscido, ma lo avrebbe fatto, senza alterare il flusso temporale. Sarebbe ricorso a quel “rimedio” solo se la situazione fosse diventata disperata. 
 
Il giovane ricercatore era fuori la stanza del Boschi, era stato convocato, ma non ne conosceva il motivo. 
Di recente a causa dello scontro fra il Dott. Ferrante e il Dott. Boschi l'atmosfera era divenuta pesante a lavoro, ma tutto questo non lo riguardava. 
All'improvviso si aprì la porta e Boschi si affacciò all'uscio e con un atteggiamento assai affabile disse: «Buon Giorno Dott. Testi, finalmente la conosco, di recente mi è capitato fra le mani il suo curriculum e, devo dire, ne sono rimasto davvero colpito. Ritengo che, i giovani così talentuosi debbano essere valutati come si deve», 
«la ringrazio tanto, non sono sicuro di meritare i suoi complimenti, sinceramente non sono dispiaciuto del posto che occupo. Per me, potere lavorare al progetto “macchina del tempo” è un sogno che si realizza. Le assicuro che, sono soddisfatto del ruolo che occupo» disse il giovane scienziato, 
«lei occupa quel posto, perché è estremamente qualificato e merita di occuparlo, tuttavia io ritengo che, le dovrebbe essere affidato un ruolo di maggiore responsabilità, io la immagino a capo del progetto “macchina del tempo”». Il giovane restò stordito dalle parole del suo direttore, 
«Non capisco e cosa pensa di fare con il Dott. Ferrante? So che ha un contratto di ferro» chiese, 
«Già, ma mi sono informato con i miei avvocati e mi hanno detto che, se Ferrante facesse qualche grave errore sul lavoro, potrei licenziarlo, non si può mai dire, magari all'improvviso succederà qualcosa e potremo licenziarlo» disse il direttore, 
«devo essere sincero, conosco bene il Dott. Ferrante ed è assai improbabile che, questi faccia un errore così grave, da essere licenziato» rispose il giovane scienziato, 
«vede io non sono qui perché il fato lo ha voluto, ricopro questa carica perché ho fatto ciò che era necessario. Se lei mi aiuterà, la considererò mio amico e io non dimentico i miei amici. Ci rifletta, mi dispiacerebbe cercare qualcun altro cui offrire il suo posto, per svolgere questa delicata mansione». Senza attendere la risposta il Dott. Boschi congedò il giovane e gli disse: «mi faccia sapere, la contatterò la prossima settimana». 
Il giovane scienziato uscì dall'ufficio del suo datore di lavoro angosciato, non voleva fare ciò che Boschi gli aveva chiesto, ma temeva le conseguenze cui sarebbe andato incontro, se si fosse rifiutato. 
     
Settimo Capitolo 
 
Era sera, Dario era entrato alla sede dell’Ultracorp, aveva spento tutte le telecamere di sicurezza ed era andato nella stanza, dove si trovava la macchina del tempo. Aveva preparato tutto per un rientro a due minuti dalla partenza, preso il telecomando aveva azionato la macchina e vi era entrato. 
Aveva calcolato, con attenzione, da quali coordinate temporali arrivava la sua controparte anziana. Questa volta voleva andare lui a “trovarlo”. 
Lo scienziato aveva deciso di affrontare Boschi nel suo tempo, senza danneggiare il flusso temporale, ma aveva capito che quel ragazzo era estremamente pericoloso; era chiaro che era capace di tutto, persino di uccidere. Dario intendeva affrontarlo, avendo un quadro chiaro della situazione e per fare questo aveva necessità di parlare nuovamente con il suo sé anziano. Questa volta gli avrebbe impedito di parlare per enigmi, questa volta avrebbe preteso di sapere tutto ciò che, poteva essergli utile, per “sconfiggere” quel vomitevole giovane. 
Uscì dal flusso temporale, era un pomeriggio si trovava a breve distanza dalla sua casa bolognese. 
Si diresse verso la sua abitazione con circospezione. 
Vide una donna bionda entrare dentro il portone con un bambino, così la chiamò e chiese: «mi scusi signora, abita ancora qui il professor Ferrante?», la donna era minuta, molto bella, aveva circa quarant'anni, aveva gli occhi verdi, erano a mandorla, ma ci si accorgeva del taglio solo quando sorrideva, perché erano molto grandi e aveva qualcosa di familiare che, l'uomo non riusciva a mettere a fuoco.    
«Sì abita qui, lei chi è?» rispose. 
«Mi scusi ha ragione, sono un suo cugino di secondo grado, sono figlio di suo cugino, Giuseppe Ferrante di Londra, mi chiamo Antonio, mi trovavo qui  in gita e sono venuto a cercarlo; non l'ho mai incontrato e mi piacerebbe   conoscerlo» mentì lo scienziato. 
La donna sorrise e disse: «Ciao, mi fa piacere conoscerti, sono Eva, Dario è mio padre e questo scricciolo attaccato alla mia gamba è mio figlio». L'uomo restò un attimo interdetto, poi con grande fatica riuscì a dissimulare la sua sorpresa e disse: «che bella famiglia ha mio cugino, sono sicuro che è un uomo felice», 
«Beh si l'unico suo cruccio è il lavoro, da che ho memoria sente la responsabilità della sua invenzione, per lui è un vero tormento. Ma dimmi di te, hai famiglia? Hai figli?» 
«Sì, ho due bambini, una di sette e l'altro di due, lei è molto sensibile, dolce e gioviale, ma ha un carattere difficile, devi saperla prendere, l'unica che ci riesce è la madre; è una bimba davvero meravigliosa sono sicuro che diventerà una persona meravigliosa», diceva tutto questo guardando la versione adulta della figlia, «poi c'è il piccolo, somiglia un po' a lui» disse, indicando il nipote «è una peste, ma è ugualmente dolce, ma molto più malleabile. Si a pensarci bene sono anche io molto fortunato». 
Mentre ancora discutevano, si avvicinarono una anziana donna con un ragazzo di circa trent'anni, il giovane era molto alto aveva i capelli castano chiaro, quasi biondi; gli occhi azzurri chiarissimi e splendenti brillavano di attenzione e di affetto per la anziana madre che, trattava come una bambola di porcellana; quando furono abbastanza vicini Eva li presentò 
«ecco questa è mia madre Alessia e lui e mio fratello Giulio. Mamma, lui è Antonio di Londra, è qui in gita e cercava papà», Alessia lo guardò ed impallidì, 
«oh mio Dio... allora avevo ragione, sta succedendo qualcosa di grave... cosa ti ha spinto a venirlo a cercare? Cosa mi nasconde mio marito?» disse la Donna rivolta a Dario. 
«Che vuol dire? Di cosa parli?» rispose Giulio rivolto alla madre, 
«Ma davvero non vedete? Osservatelo bene, è vostro padre!» 
Entrambi i figli si girarono verso Dario e lo scrutarono perplessi 
«nostro padre? Che vuoi dire?» disse Giulio perplesso, 
«Sì è lui, parla, dì al verità!» disse la donna con tono imperativo, 
«Sì è vero, sono vostro padre e vengo dal passato». 
I quattro salirono a casa e dopo un'ora Dario aveva finito di raccontare loro cosa stava accadendo e perché era lì. 
In quell'ora aveva avuto modo di conoscere meglio i propri figli, malgrado le circostanze e la gravità dei fatti raccontati, quell'ora per Dario era stata piacevole, Eva era persino più intelligente di quanto si aspettasse, dalle domande che poneva, Dario immaginò che, anche lei avesse delle conoscenze di fisica, probabilmente, aveva seguito le orme del padre, ma era allo scuro dei fatti che Dario raccontava quindi, evidentemente, non lavorava con il padre. 
Giulio, era un uomo buono, era animato da buoni sentimenti e, come il padre, tendeva a vedere il bene anche dove non vi era. Era un uomo ragionevole ed era sempre pronto a mettere in discussione le sue idee, era allegro e i suoi bei occhi azzurrissimi sembravano sempre sorridenti. 
«Mi dispiace di avervi coinvolti, ero venuto a cercare lui speravo di parlargli e tornare senza essere notato. Vi chiedo scusa» disse Dario ad un certo punto, 
«non preoccuparti non hai sbagliato tu, ma io, non avrei dovuto escluderli, così facendo li ho solo fatti preoccupare» disse il Vecchio, entrando nella stanza. 
Seguì una lunga discussione durante la quale Dario tentò di sapere il più possibile dalla sua controparte anziana. il Vecchio gli spiegò che, quando il giovane aveva preso il suo posto a capo della compagnia, lui aveva tentato di contrastarlo, ma non vi era riuscito. 
Il suo più grande errore era stato andare a cercare l'aiuto della vedova dell'ingegner Boschi; a lei era stata lasciata una discreta quota azionaria della società e l'uomo aveva pensato che con il suo aiuto e con quello di qualche altro azionista scontento sarebbe riuscito a far uscire di scena quel presuntuoso ragazzino. 
Tuttavia aveva scoperto che, la donna non solo non li avrebbe aiutati, ma che avrebbe fatto di tutto per proteggere il giovane. 
Benché fra i due non vi fossero legami di sangue, lei era, incredibilmente, attaccata al ragazzo e lo avrebbe difeso sempre, qualsiasi fossero state le sue azioni. Fra la donna e il giovane vi era un rapporto poco sano, lei era morbosa verso di lui e il giovane utilizzava questa debolezza a suo vantaggio, per ottenere ciò, che voleva. 
Il Vecchio si era accorto troppo tardi di questo e la sua richiesta di sostegno alla vedova gli si era rivolta contro. Se Dario avesse voluto combattere la sua battaglia, nel presente, le sue azioni non avrebbero potuto prescindere da quelle preziose informazioni. In effetti Dario aveva pensato di recarsi dalla donna a chiedere aiuto. 
«Mi chiedo se stiamo facendo la cosa giusta» disse ad un certo punto Dario, «anche noi stiamo modificando la linea temporale, anche il nostro comportamento la mette a rischio». 
«Il nostro è un rischio calcolato, non possiamo fare diversamente, se lo lasciamo fare Francesco Boschi prima o poi farà qualcosa di irreparabile». 
«A proposito c'è un'altra cosa che devi sapere, a breve il moccioso tenterà di corrompere Michelangelo Testi e quando questi si rifiuterà lo farà uccidere.» 
Dario rabbrividì a quella notizia, Michelangelo Testi era l'opposto di Francesco Boschi, era un uomo leale, corretto; tutto ciò che, aveva ottenuto, lo aveva guadagnato. Non meritava di morire così giovane e per mano di un uomo così repellente come Francesco Boschi. Quella notizia rinforzò, ancora di più, la sua determinazione a fermare quell'ignobile giovane. 
 
Ottavo Capitolo 
 
Era giunto il Natale, Dario era a Bologna e con Alessia avevano deciso di andare in centro per gli ultimi acquisti. 
Decisero di prendere il treno per recarvisi. Eva era elettrizzata, sedeva sul seggiolino del treno ma, faceva fatica a star ferma, si guardava intorno e, ad ogni fermata, leggeva la stazione cui erano giunti. 
Rideva senza ragione e il suo sorriso riempiva di gioia il cuore di Dario. 
Scesi in centro, si diressero in via Indipendenza. 
La città era piena di gente e le luci natalizie trasmettevano allegria ai due bimbi. 
«Gadda Papà è alto.. comme me» disse Giulio indicando un pupazzo di Babbo Natale; il bimbo era ammaliato da tutte quelle novità e ripeteva in continuazione: «gadda e luci», «gadda alobus», «Papà gadda! Gadda!». 
La famigliola entrò in diversi negozi e fece un po' di acquisti, poi si diresse in Piazza Maggiore e fece alcune foto proprio sotto al grande albero di natale. Ad un tratto Dario scorse fra la folla Michelangelo Testi; era con la giovane fidanzata e anche lui sembrava godere dell'atmosfera natalizia. 
Dario decise di cogliere quell'occasione per parlare a quattrocchi al ragazzo; fino a quel momento lo scienziato aveva rinviato quel colloquio. Temeva che, Boschi sarebbe potuto venirne a conoscenza, se questo si fosse svolto a lavoro. Aveva aspettato il momento giusto, per parlare al giovane senza pericoli. 
Così si fermò con la scusa degli auguri natalizi. 
«Ciao Michi, come va?» 
«Buonasera prof.» rispose il ragazzo «siamo qui in giro con la mia fidanzata e Lei, tutto bene?», 
«Si tutto ok, sto portando un po' in giro i piccoli, volevo fargli gustare l'atmosfera natalizia che c'è in centro», 
«Ascoltami Michi», disse poi facendosi serio, «ho bisogno di parlati a quattrocchi dobbiamo vederci al più presto e una questione molto importante», il giovane non parve sorpreso si dimostrò disponibile, così i due uomini presero l'impegno di rivedersi a breve. 
Le vacanze passarono lievi e spensierate e, per un po', Dario non pensò al perfido Francesco Boschi e al pericolo che, incombeva sul giovane Michelangelo. Adesso però, era giunto il momento di parlare con quest'ultimo e di avvisarlo del pericolo che, correva, Dario non voleva, assolutamente, permettere che, per colpa sua quel giovane fosse ucciso; era pronto a qualunque cosa per impedire quell'evento. 
 
I due scienziati si incontrarono a casa di Dario e questi, senza rivelare la fonte, comunicò al giovane che, presto sarebbe stato contattato dal Boschi, il quale gli avrebbe chiesto di “creare” errori imputabili a lui, per poterlo licenziare. Gli comunicò, inoltre, con molta risolutezza che era certo che, nel caso di un suo rifiuto, l'imprenditore lo avrebbe ucciso. 
«Prof in realtà il Dott. Boschi mi ha già parlato, mi ha promesso il suo posto, se lo avessi aiutato a licenziarla» disse il ragazzo con un certo imbarazzo, «le chiedo scusa avrei dovuto dirglielo prima, ma non sono riuscito a trovare il momento giusto, inoltre, a lavoro temo sempre di essere spiato ed ho preferito evitare», 
«Hai fatto benissimo» lo consolò lo scienziato, «ora la cosa giusta da fare è, trovare il modo di ritorcere contro di lui il suo tentativo. Ho già qualche idea» continuò Dario «se mi aiuterai, non solo bloccheremo il suo tentativo, ma, probabilmente, riusciremo ad impedirgli di continuare ad usare la macchina del tempo». 
«Prof sarebbe splendido! L'umanità non sarà mai al sicuro, finché Francesco Boschi avrà accesso alla sua invenzione; mi dica cosa dobbiamo fare». 
 
Nono Capitolo 
 
Dario entrò nel laboratorio in gran fretta. 
«Che cosa è successo?» chiese, rivolgendosi ai suoi collaboratori, 
«C'è uno strappo nello spazio tempo!» rispose Michelangelo Testi, senza smettere di lavorare sul computer che, aveva davanti, 
«Cosa? Se è uno scherzo, non è divertente!» ribatté lo scienziato stupefatto, 
«No prof, purtroppo non è uno scherzo. Malgrado sia notte a Parigi, la città è illuminata a giorno dal sole, che filtra da un'altra era», 
«Quel maledetto! Alla fine è riuscito a combinarla grossa!» disse Dario riferendosi a Francesco Boschi. 
«È una fortuna che lei ci abbia fatto monitorare il flusso temporale, in queste ultime settimane, se ce ne fossimo accorti tardi, i danni sarebbero potuti essere incalcolabili». 
«Purtroppo le mie più grandi paure si stanno avverando» disse Dario con  tono amaro. 
«Dobbiamo subito richiudere lo strappo» disse poi rivolgendosi a tutto il suo staff. Così tutti presero a muoversi, tanto che, sembravano agire all'unisono e ognuno di loro sembrava avere chiaro cosa doveva fare. Mentre tutti si mettevano in moto, per preparare la macchina che, era stata creata per l'analisi del flusso temporale per un compito diverso, Dario guardava i dati che, venivano fuori dal monitor e scriveva su un foglietto. Prima che i propri collaboratori fossero pronti, Dario si rivolse al giovane Michelangelo e gli disse: «fai tu!». 
Il ragazzo si inorgoglì per l'atto di fiducia e volse lo sguardo al foglio datogli dal suo capo, vi erano indicate esattamente le coordinate del varco e vi erano i dati utili alla chiusura dello stesso. 
Per un attimo Michelangelo Testi restò immobile dalla sorpresa, infatti quei dati erano frutto di calcoli, estremamente, complicati e il suo capo li aveva svolti a mente ed in pochissimo tempo. 
Il giovane ebbe l'ennesima conferma che, la stima che nutriva per Dario, era ben riposta. 
Il giovane si sedette alla sua postazione e cominciò a lavorare per chiudere lo strappo dello spazio - tempo. 
Dopo cinque minuti lo strappo si richiuse, tutti i presenti si sciolsero in un applauso liberatorio. 
 
Decimo Capitolo 
 
Dario si trovava nella sala ricevimenti della Ultracorp in compagnia del proprio avvocato. 
Francesco Boschi aveva tentato di addossare la colpa dell'accaduto a lui, l'intento dell'uomo era quello di licenziare lo scienziato senza incorrere nelle conseguenze che, il contratto prevedeva. Boschi sperava di licenziare Dario e tenere comunque la macchina del tempo e tutti i diritti connessi. 
Non ci era riuscito e adesso sperava di indurlo ad un accordo, sperando  che, questi pur di evitare una lunga battaglia legale, si sarebbe accontentato di una buona liquidazione. 
Il Dott. Boschi entrò nella stanza in compagnia di una anziana signora. 
Era la moglie del suo ex - capo, Dario la riconobbe subito. 
Gli venne in mente ciò che, di lei gli aveva raccontato la sua controparte anziana: «anche se tu non la contatterai, anche se nessuno la coinvolgerà, sarà lei ad interessarsi alla cosa. Per qualche inspiegabile motivo ha sviluppato un atteggiamento di protezione esagerato nei confronti di Francesco Boschi, l'atteggiamento di questa donna nei confronti del ragazzo è morboso. Non sottovalutarla!» 
Il Vecchio era stato chiaro: «quasi certamente, è instabile, ma è una donna molto pericolosa, se ti sarà possibile evita di incontrarla. E' molto intuitiva e capisce una persona al volo. Non appena ti incontra, dopo averti parlato per pochi minuti, capisce come sei fatto e riesce quasi a leggerti dentro. Inoltre sa fingere molto bene ed è capace di ingannare chiunque. Sappi, però, che ha un animo cattivo ed è disposta a tutto, per raggiungere i suoi scopi». 
«Buongiorno professore!» disse l'imprenditore entrando nella stanza. 
«Le dispiace se mia zia assiste all'incontro? Non ve lo avevo detto, ma è stata lei ad insistere perché tentassimo di raggiungere un accordo bonario. Se non fosse per lei, saremmo già in Tribunale» disse l'uomo, mentendo. 
Dario fece un cenno al suo avvocato, che a sua volta rispose: «mi dispiace Dott. Boschi, ma il mio assistito preferisce che questo incontro si svolga con massima privacy, nell'interesse di tutti, in primis della azienda» aggiunse con una velata minaccia. 
La donna aveva un atteggiamento mesto, ma i suoi occhi scrutavano Dario, così come lo scienziato si aspettava. 
L'uomo non la guardò e attese che la donna fosse uscita dalla stanza. 
Nelle successive due ore Boschi tentò di convincere Dario, dapprima, allettandolo con il denaro, poi minacciandolo. 
Lui, però, non si lasciò intimorire e l'incontro si rivelò del tutto inutile. 
Quando uscì dalla Ultracorp, Dario si diresse verso casa di un noto Senatore di Bologna. 
Nel corso della sua carriera aveva acquisito amicizie influenti, lui era l'inventore della macchina del tempo e i politici facevano a gara per apparire in pubblico con lui. 
Lo scienziato tuttavia aveva sempre evitato quel mondo e, pur mantenendo ottimi rapporti con alcuni di loro, era stato molto attento a non cadere nella rete della politica. 
Aveva, inoltre, contribuito, insieme all'ingegner Boschi, ad impedire che, la macchina del tempo divenisse pubblica e che lo Stato espropriasse la macchina e i suoi progetti. 
Adesso però era disposto a rinunciare a tutto, ai progetti, alla sua invenzione e persino ai suoi profitti, pur di riuscire a fermare il folle a capo della Ultracorp. 
Così, si reco dal Senatore, per dirgli che, avrebbe condiviso l'idea di una “nazionalizzazione” della sua invenzione. 
Mentre si recava a casa del Senatore, notò un uomo di circa 55 anni. Benché cercasse di nasconderlo, era evidente che l'uomo lo seguisse. 
Pensò che si trattasse di un altro sicario, poi si rese conto che non era possibile, infatti l'uomo era troppo impacciato e non poteva essere un professionista. 
Dario decise di cambiare strada e si diresse verso una nota libreria del centro e, attraverso uno specchio, vide, chiaramente, lo sguardo di odio con cui lo sconosciuto lo guardava. 
In quel momento si pentì di averlo sottovalutato. Era, infatti, evidente che,  lo avrebbe ucciso senza pensarci, se, soltanto, ne avesse avuto modo. 
Per liberarsi di lui, staccò da un libro l'anti - taccheggio, si girò ed urtò il suo misterioso inseguitore, gli infilò in tasca il dispositivo di anti - taccheggio e uscì dal negozio. 
Quando l'uomo tentò di seguirlo, fu, subito, bloccato dai vigilanti del negozio e Dario riuscì ad allontanarsi. 
Tutto si svolse molto rapidamente, ma a Dario rimase in mente il volto dell'uomo. Lo aveva visto da vicino e, per quanto sembrasse folle, lo aveva riconosciuto, era identico al defunto ingegner Boschi. 
Non riusciva a darsi una spiegazione, lui era presente al riconoscimento effettuato dal nipote ed era evidente che, il corpo dell'uomo fosse quello dell'ingegnere. 
Chi era allora quell'uomo? Perché somigliava così tanto all'ingegner Boschi? 
Dario era a casa sua, Michelangelo Testi era lì con lui, insieme stavano mettendo a punto un piano per incastrare Francesco Boschi. 
Se avessero ottenuto la prova che, lo strappo temporale era stato determinato da Boschi, oppure, soltanto che, il medesimo stesse tramando, per incastrare Dario, la proposta di “nazionalizzazione” della macchina del tempo, al Senato, sarebbe passata. 
Quasi certamente, questo avrebbe portato la Ultracorp al fallimento, ma, quanto meno,  sarebbe venuto meno il pericolo che, al momento, incombeva su tutta l'umanità. 
L'unico modo per incastrare il giovane imprenditore, era registrare la conversazione fra lui e Michelangelo Testi. 
Quell'uomo però era molto paranoico e, nel suo studio, aveva fatto installare un dispositivo che, bloccava le funzioni di qualsiasi cellulare. 
Michelangelo aveva portato con sé un suo amico, un neo ingegnere, il quale si era offerto di apportare le modifiche necessarie al cellulare dell'amico, affinché questi potesse registrare la conversazione. 
«Fatto!» disse ad un certo punto soddisfatto, «ora potrai registrare senza problemi ed i sistemi resteranno attivi». 
Nelle ore successive misero a punto il piano e Michelangelo telefonò a Francesco Boschi per prendere un appuntamento. 
Il giorno dopo si diresse  dal suo capo. 
 
Michelangelo era il classico bravo ragazzo, aveva lavorato sodo, per ottenere quel che aveva e se lo era guadagnato. 
Era fissato con la cura del proprio corpo; andava regolarmente in palestra ed era in ottima forma. 
Anche Francesco Boschi amava lo sport, ma non lo praticava con assiduità; era cintura nera di arti marziali ed amava molto il tennis, tuttavia, praticava lo sport solo per scaricare l'ansia. 
A differenza del suo dipendente, non si era guadagnato niente di ciò che aveva ed era una pessima persona. 
Dario era in ansia. Nonostante Michelangelo fosse ormai un uomo e fosse ben consapevole dei rischi che correva, si sentiva responsabile e decise di restare nelle vicinanze, per poterlo aiutare in caso di bisogno. 
Lo scienziato lo vide entrare nella sede della Ultracorp, si appostò e si mise in attesa. Dopo qualche minuto si accorse della presenza di un uomo che, aveva seguito il giovane collega. 
Era il sosia del defunto ingegner Boschi. Questa volta, ebbe modo di osservarlo con calma e si accorse che la sua prima impressione era esatta. Quell'uomo era, incredibilmente, somigliante al suo defunto capo, ma chi era? Perché seguiva, sia lui, che Michelangelo Testi? 
Era evidente che, l'uomo non avesse le autorizzazioni per entrare nella sede della Ultracorp, ma sembrava conoscere molto bene il posto e la società. Sapeva infatti che, ogni mercoledì passavano gli operatori della Chemihome per il ritiro dei prodotti chimici scaduti. 
L'uomo girò intorno al palazzo, aspettò pazientemente che, gli addetti al ritiro bussassero ed entrò furtivamente nella sede della società. 
Quando Dario lo vide entrare, credette che Michelangelo Testi potesse essere in pericolo, non aveva idea di quali fossero le effettive  intenzioni di quell'uomo. 
Dario iniziò a temere il peggio. 
Si rivolse quindi alla vigilanza della Ultracorp e urlò: «Attenzione! E' entrato qualcuno, mentre parlavate, non ne sono sicuro, ma credo fosse armato» disse, mentendo. 
Uno delle guardie riconobbe Dario e si attivò subito, chiamò all'interno e in men che non si dica l'uomo era stato individuato, catturato e allontanato in malo modo dalla struttura. 
     
«Buongiorno Dott. Boschi» disse Michelangelo rompendo il ghiaccio, «sono venuto per dirle che ho deciso di accettare la sua proposta». 
Nei giorni precedenti Michelangelo e Dario avevano inscenato una discussione in pubblico per rendere la cosa più credibile, 
«immaginavo che sarebbe venuto da me, ho saputo della lite che ha avuto con  Ferrante!». 
«Già, ma non è per quello che sono venuto, semplicemente, è un uomo troppo arrogante» disse Michelangelo. 
«Lo so, ma non è così facile, Ferrante è davvero un osso duro e non sono riuscito a licenziarlo nemmeno con il trucchetto della “falla spazio temporale”» disse Francesco Boschi, 
«Trucchetto?» domandò Michelangelo stupefatto «che intende?» 
«Te l'ho già detto, se vuoi ottenere quello che vuoi non devi temere di sporcarti le mani. Ho fatto inserire un chip all'interno della macchina del tempo per causare l'incidente all'accensione, poi ho rimosso tutto per non lasciare tracce». 
Michelangelo rimase scioccato da quelle parole, Boschi aveva, intenzionalmente, creato un incidente dalle conseguenze incalcolabili, soltanto, per incastrare Dario. 
A quel punto Michelangelo capì che, le paure di Dario erano tutt'altro che esagerate. 
Quell'uomo era completamente pazzo, doveva essere fermato! 
Cercò di mantenere la calma, prese i falsi documenti che, avrebbero addossato a Dario la colpa dello squarcio spazio — tempo, poi si allontanò con la promessa di inserire quei documenti fra gli appunti di Dario. 
 
 
Undicesimo  Capitolo 
 
Dario era in casa e, seduto sul divano, leggeva l'ultima pubblicazione del suo pupillo, il Dott. Michelangelo Testi. 
In quell'articolo lo scienziato contestava la teoria della “dell'annichilimento” elaborata dal suo mentore. Dario sosteneva che, l'incontro della stessa materia proveniente da tempi diversi avrebbe arrecato un danno enorme allo spazio — tempo. Il risultato di un simile incontro, secondo lo scienziato, sarebbe stato l'annichilimento della storia conosciuta. In particolar modo Dario riteneva che, se ad incontrarsi fossero state versioni dello stesso uomo, provenienti da epoche diverse, questo avrebbe comportato la cancellazione dell'umanità. Testi, invece, aveva elaborato quella che lui stesso aveva definito la teoria "aggiustamento naturale", secondo il giovane scienziato l'ipotetico uomo sarebbe scomparso dalla storia con tutti i suoi discendenti e la storia avrebbe avuto, comunque, un suo corso in sua assenza. 
Contrariamente a ciò che, ci si sarebbe potuti aspettare, quella critica proveniente dal ragazzo non disturbava Dario, ma lo inorgogliva. 
Mentre Dario era concentrato nella lettura, Eva gli si sedette accanto e si appoggiò sul braccio del padre. 
Giulio vide la sorella sedersi accanto al genitore e si fiondò tra di  loro, cominciando a spingere la sorella, per prendere il suo posto. 
«Giulio siediti da quest'altra parte, fai il bravo!» disse Dario, ma il bambino continuava a spingere Eva, fino a quando la bimba cominciò a reagire. 
Dario, per evitare che la situazione precipitasse, disse: «facciamo un gioco!», i due bimbi si fermarono e lo guardarono in attesa, «io vi faccio vedere una foto e voi dovete indovinare chi è, Eva vai in quel cassetto e prendi l'album delle foto». 
La bimba prese l'album e lo portò al padre. Dario aprì l'album nella pagina in cui c'era una sua foto da bambino. 
In quella foto Dario piangeva; 
«oh poverino il mio fratellino, perché piangeva? Quando gli avete fatto questa foto?» chiese Eva 
«Sei sicura che questo bimbo sia Giulio?» chiese divertito Dario alla figlia, 
«Dai Papà non fare lo stupido, certo che è Giulio» 
«No Papà, no Giulio chiesto» commentò intanto il piccolo, 
«Ha ragione lui, questo è Papà quando era piccolo» disse Dario rivolto alla figlia. 
Eva lo guardò sbalordito, non riusciva a credere che il suo Papà fosse stato piccolo, 
«Ed io?» disse ad un certo punto Eva, «a chi somiglio?» 
Dario prese il cellulare, cominciò a cercare poi girò il telefono verso la figlia e disse: «ecco questa e tua zia da piccola...». 
Improvvisamente Dario si bloccò e, pensando ad alta voce, disse: «ma certo! Sono un vero idiota! Avevo la risposta sotto il naso ma non la vedevo», si alzò, lentamente, per divincolarsi dai piccoli che, aveva addosso, andò al telefono di casa e chiamò Testi «ciao Michelangelo, ho capito chi è il sosia del defunto ingegner Boschi». 
 
Francesco Boschi si trovava a casa sua, erano passati vent'anni da quando la macchina del tempo era stata espropriata. 
Dopo la “nazionalizzazione” dell'invenzione era iniziato il suo declino; a seguito di quell'evento, la Ultracop aveva perso parecchio del suo prestigio e lo scandalo determinatosi dalla pubblicazione sui social della sua conversazione con Michelangelo Testi aveva peggiorato la situazione. In men che non si dica, le commesse erano diminuite e la società aveva cominciato a navigare in cattive acque. 
Solo l'intervento della vedova dell'ex proprietario era riuscito, in parte, a cambiare le sorti dell'azienda. La donna si era, pubblicamente, schierata in difesa del nipote e questo aveva giovato all'azienda ed al Boschi. Tuttavia dopo la sua morte e l'ennesimo tentativo di truffa perpetrato da Francesco Boschi, la situazione era definitivamente precipitata. 
Ormai la Ultracorp era prossima al fallimento e l'ingegnere in bancarotta. 
L'uomo guardava lo schermo della tv, ma la sua mente era altrove, l'odio nei confronti di Dario non si era mai spento, ma adesso era un chiodo fisso; Boschi dava la colpa a lui di tutti i suoi fallimenti e voleva vendicarsi. 
L'uomo si alzò e si diresse verso una porticina invisibile camuffata con i colori del muro. Al suo interno si nascondeva una stanza segreta che custodiva una copia esatta della macchina del tempo. Nessuno, tranne la sua defunta zia, era a conoscenza dell'esistenza del duplicato dell'invenzione. 
Francesco Boschi preparò la macchina, sarebbe arrivato prima che, Dario dichiarasse, pubblicamente, di essere favorevole alla nazionalizzazione della macchina del tempo e prima del suo colloquio con Michelangelo Testi. 
Avrebbe dovuto impedire a tutti i costi lo svolgersi di quegli eventi e, qualora non ci fosse riuscito, avrebbe ucciso, sia Ferrante, che Testi. 
 
Al di là del varco temporale era notte, l'uomo infilò in una tasca un enorme rotolo di banconote, nell'altra una pistola, in quella interna della giacca, invece, un documento falso. 
Varcò il passaggio e ci volle una manciata di secondi affinché i suoi occhi si abituassero al buio, mentre aspettava, si assicurò che, il rotolo di banconote fosse ancora al suo posto e non fosse caduto nel passaggio. 
Appena ricominciò a vedere chiaramente, si accorse della presenza di tre giovani, che erano, indubbiamente, “fatti" ed avevano, certamente, visto il denaro. 
«Ciao vecchio» disse uno dei tre ragazzi, «credo che, tu abbia qualcosa che mi è caduto, quella grana era mia, me la restituisci per favore?» Disse con tono ironico. 
Boschi non rispose, infilò la mano nell'altra tasca ed estrasse la pistola. 
Gli altri due  fuggirono, quello più vicino a Boschi invece, lo aggredì e tentò di disarmarlo. 
In passato Boschi aveva praticato le arti marziali; sebbene fossero ormai passati anni dal suo ultimo allenamento, il suo corpo ricordava ancora come si combatteva, così sferrò una testata al giovane per divincolarsi, poi tentò di sferrare un colpo mortale alla gola. Colpì il giovane, tuttavia, l'uomo era fuori allenamento e il pugno arrivò sul mento. 
I due uomini si avvinghiarono l'uno all'altro, la pistola era in mano a Boschi ed era in mezzo a loro. Entrambi tentarono di puntare l'arma verso la pancia dell'altro, il giovane era palesemente più forte e a breve avrebbe avuto la meglio, così Boschi radunò tutte le sue forze, in un ultimo disperato tentativo; alla fine il colpo partì e Francesco Boschi cadde a terra. Il giovane, spaventato dalle sue stesse azioni, fuggì senza neppure recuperare il denaro. Boschi fu operato con urgenza presso l'Ospedale Sant'Orsola ma, viste le sue condizioni, i medici erano certi che, non sarebbe sopravvissuto. 
Malgrado le aspettative dei medici, Boschi non morì, era attaccato alla vita, voleva vivere, per compiere la sua vendetta; l'odio gli aveva dato la forza per sopravvivere. 
Fu dimesso dopo diverse settimane, aveva poco tempo, quello stesso giorno Dario avrebbe incontrato la sua controparte giovane e poi si sarebbe recato a casa del Senatore Galati. 
Quell'incontro avrebbe dato il via ad una serie di eventi che, avrebbero portato alla sua rovina, quindi doveva impedire a tutti i costi che, Dario incontrasse il Senatore. 
Francesco Boschi era appostato fuori dalla sede della società, quando Dario uscì, iniziò a seguirlo. 
Non temeva di essere scoperto, l'unica cosa che voleva, era uccidere Dario. 
Se avesse avuto fortuna sarebbe tornato indietro nel suo tempo e nessuno avrebbe mai scoperto la sua identità, altrimenti, si sarebbe, comunque, preso la soddisfazione di averlo ucciso. 
Così lo seguì, senza avere cura di non essere notato; ad un certo momento si accorse di essere stato visto, ma questo rendeva la sua vendetta ancora più dolce. 
Un attimo prima di ucciderlo Boschi gli avrebbe rivelato la sua identità, voleva fargli sapere che, alla fine, aveva vinto lui.     
Lo seguì fin dentro una grande libreria, gli si avvicinò, pronto ad ucciderlo ma, prima che estraesse il coltello che, aveva portato con sé, Dario lo urtò ed uscì dalla biblioteca. 
Boschi lo seguì in tutta fretta, deciso a compiere la sua vendetta. 
Quando l'uomo tentò di uscire dal negozio, l'allarme anti - taccheggio suonò e dovette fermarsi, dopo un veloce controllo i vigilanti della biblioteca si accorsero che, Boschi aveva un anti - taccheggio in tasca e che, non aveva rubato nulla. 
Pensarono allo scherzo di qualche ragazzino, si scusarono con l'uomo e lo lasciarono andare. Quando, finalmente, Boschi uscì dalla biblioteca non c'era più traccia di Dario. 
Aveva fallito. Certamente lo scienziato aveva già raggiunto la casa del Senatore e lui non era riuscito ad impedirlo. 
 
Era passata circa una settimana e lui era deciso ad impedire l'incontro fra Testi e la sua controparte giovane. La diffusione di quella  conversazione aveva contribuito non poco alla sua rovina. 
Aveva un piano ben preciso, questa volta non avrebbe fallito! 
Sapeva che tutti i mercoledì venivano ritirati i prodotti chimici scaduti e ricordava che in quel periodo i controlli da parte delle autorità sanitarie erano molto intensi; era certo che, le guardie della Ultracorp sarebbero state distratte dal loro lavoro e che sarebbe riuscito ad entrare senza essere visto. 
Tutto andò secondo i piani, voleva entrare nell'edificio, svelare la sua identità alla sua controparte giovane ed insieme a lui liberarsi di Michelangelo Testi. 
Lo scienziato non sarebbe mai uscito dall'edificio, sarebbe scomparso misteriosamente e nessuno avrebbe mai saputo che fine avesse fatto. 
Boschi entrò nel suo ascensore privato che, conduceva al settimo piano, dove aveva l'ufficio da ragazzo, uscì dall'ascensore e si avviò deciso verso la stanza dove si trovava il giovane Boschi. 
Afferrò la maniglia e fece per entrare; all'improvviso, si sentì sollevare in aria e  si ritrovò, pancia a terra, con le mani dietro la schiena. 
Iniziò ad urlare perché la spalla gli faceva male, l'uomo che, lo teneva bloccato a terra era tutt'altro, che gentile. 
La guardia del corpo del Giovane Boschi lo teneva fermo sul pavimento. L'uomo gli legò i polsi, lo sollevò di peso senza sforzo apparente e lo condusse agli ascensori, dove altre due guardie della sicurezza lo presero in custodia con la medesima gentilezza. 
L'uomo dapprima cercò di divincolarsi, poi tentò di rivelare la propria identità. Nessuno dei presenti lo ascoltò. Fu preso, portato fuori dalla sede della Ultracorp, e, dopo essere stato malmenato, fu lasciato andare. 
Mentre i due uomini  addetti alla sicurezza si allontanavano, uno dei due disse: «meno male che il professor Ferrante lo ha visto, se non ci avesse avvisato sarebbe riuscito ad entrare negli uffici del Dott. Boschi», 
«Già, è una fortuna!» rispose l'altro «se questo mentecatto fosse riuscito ad entrare nelle stanze del capo, domani saremmo stati disoccupati». Malgrado fosse dolorante, il nome di Dario lo ridestò, era stato lui, ancora una volta aveva contribuito a rovinare la sua vita. 
Oramai entrambi gli eventi che, l'uomo era venuto ad impedire, si erano verificati e la sua rovina era inevitabile, l'unica cosa che gli restava, era la vendetta. 
 
Dodicesimo Capitolo 
 
Il giovane Boschi era fuori di se dalla rabbia, la sua conversazione con Michelangelo Testi era su tutti i social, era stata postata la sera precedente e in mattinata tutti i giornali davano la notizia in prima pagina. 
Inizialmente, le azioni della Ultracorp erano crollate, tuttavia, grazie alle dichiarazioni della moglie del defunto Ingegner Boschi, la quale aveva difeso a spada tratta il nipote, le azioni avevano avuto un temporaneo rialzo. 
Quando Dario però aveva dichiarato, pubblicamente, che aveva venduto interamente il suo pacchetto azionario, il valore di queste era, nuovamente, precipitato. 
Boschi chiamò la sua guardia del corpo, che si occupava di risolvere le  questioni “sporche”. le malelingue dicevano che, era stato lui a sabotare l'aereo dell'ingegner Boschi. 
«Salve Marco» disse Francesco Boschi «devi farmi il solito lavoretto extra, ci sono delle persone di cui devi liberarmi», 
«ho letto i giornali, immaginavo mi avrebbe chiamato, provvederò come sempre, consideri la questione risolta». 
Boschi passò al suo collaboratore una borsa che conteneva parecchio denaro e disse: «questo per le spese che, dovrai affrontare». L'uomo prese la borsa e uscì dalla stanza. 
 
Quel giorno Michelangelo Testi e Dario erano insieme, uscivano entrambi dall'aeroporto di Bologna, al ritorno da Roma dove erano stati sentiti dalla Commissione di Inchiesta, aperta in relazione all'incidente, verificatosi, qualche mese prima, in Francia. 
Marco Manzella li aspettava, sapeva che sarebbero arrivati quella mattina e si era preparato per ucciderli. I due entrarono in taxi e l'uomo li seguì con la sua auto. 
Aspettava il momento giusto per entrare in azione, non gli occorreva un piano, era armato e molto preparato. 
Gli altri due invece erano scienziati, li avrebbe uccisi e loro non sarebbero riusciti ad opporre alcuna resistenza. 
 
Dario si accorse quasi subito della presenza di Marco Manzella; lo conosceva, lo aveva visto molte volte insieme a Francesco Boschi e... la sua pessima fama lo precedeva. 
Lo scienziato pensò subito al peggio e spiegò, rapidamente, il suo piano al giovane collaboratore: «appena arriviamo, tu entra in banca, se è armato non potrà seguirti, io lo attirerò lontano». 
«No! Non se ne parla» replicò il ragazzo, «sarò io ad attirarlo lontano, ho maggiori possibilità, lei non riuscirà a sfuggirgli». 
«Fidati di me, so cosa faccio, vai in banca e basta!» replicò il suo mentore, mentendogli. 
I due uomini scesero dall'auto nei pressi di una banca, Dario indicò la banca all'amico e quasi lo spinse fino alla porta, poi attraversò la strada ed andò incontro al suo assassino. 
Manzella sorrise fra sé, la pecorella andava in bocca al lupo. 
L'uomo si posizionò dietro al pilatro più vicino e aspettò che Dario arrivasse, dalla sua postazione non riusciva a vederlo. 
Lo scienziato si diresse verso il suo assassino, consapevole di andare incontro a morte certa, era alla ricerca disperata di un'idea che, gli consentisse di salvarsi. 
Purtroppo però non c'era nulla da fare, l'uomo, certamente, era armato e lo avrebbe freddato non appena gli fosse arrivato vicino. 
Ad un certo punto, quasi per caso, si accorse di un oggetto. A pochi metri dal nascondiglio dell'uomo c'era una spranga di ferro, probabilmente dimenticata dagli operai che, il giorno prima avevano aperto un tombino e la afferrò. 
Manzella aspettava, da un momento all'altro avrebbe avuto di fronte lo scienziato, avrebbe potuto ucciderlo a mani nude senza neppure estrarre la pistola. Il killer attendeva, ma Dario non arrivava; all'improvviso avvertì un dolore fortissimo alla testa, stordito si girò e vide Dario con una spranga di ferro in mano che, si preparava a colpire una seconda volta. Fu colpito, ma questa volta in parte schivò il secondo colpo ed in parte attutì l'impatto con il braccio. 
L'uomo era ben addestrato e, sebbene fosse ancora stordito, reagì quasi d'istinto e colpì Dario ad un ginocchio; egli stramazzò a terra e perse la sua arma improvvisata. 
Il killer prese la pistola e la puntò verso Dario; ancora una volta l'uomo fu colpito alla testa, ad impugnare l'arma, questa volta, era Michelangelo Testi. 
Il colpo fu forte e deciso, l'uomo stramazzò a terra e, d'istinto, tentò di rivolgere la pistola contro il giovane, ma fu colpito ancora ed ancora finché il suo atteggiamento di resa non convinse Michelangelo a fermarsi. 
Il giovane allontanò con un calcio la pistola, diede le spalle all'uomo e aiutò Dario ad alzarsi. Questi aveva un ginocchio gonfio. 
Quando tutto sembrava finito, apparve la versione anziana di Francesco Boschi, che uccise prima Marco Manzella e poi puntò la pistola verso Michelangelo e sparò. 
Dario guardò atterrito il ragazzo, sperava fosse solo ferito, ma il foro sulla fronte di questo ed il sangue che, fuoriusciva raccontavano una verità tanto inequivocabile, quanto crudele. 
Era morto! Dario, furente si girò verso il suo assassino, ma l'uomo era sparito. 
 
La versione anziana di Francesco Boschi aveva seguito da lontano i tre uomini. Conosceva la storia e sapeva che Marco Manzella avrebbe fallito; i due uomini alla fine l'avrebbero sopraffatto e lui sarebbe tornato con la coda fra le gambe dal suo capo. 
Non intendeva tollerare, ancora una volta, quell'evento, così, quando questi fu a terra, sparò prima a lui e poi a Michelangelo Testi. 
Puntò la pistola verso Dario, ma le attenzioni di questo erano tutte per il suo giovane pupillo.  Egli era così attanagliato dal dolore, da non rendersi conto del pericolo, che correva. 
L'assassino lo guardò, vide il suo dolore e gli sembrò di avvertire persino il senso di colpa che turbinava dentro l'animo di Dario; quel dolore, quella sofferenza erano la giusta punizione! 
In quel momento Boschi prese una decisione, Dario non doveva morire adesso, doveva prima soffrire e, solo quando il suo dolore avrebbe saziato la sua fame di vendetta, sarebbe arrivata la sua ora. 
Così abbassò la pistola e si allontanò. 
   
Tredicesimo Capitolo 
 
Dario si era, temporaneamente, trasferito a Milano a casa dei genitori di Alessia, aveva messo mano ai propri risparmi ed aveva assunto delle guardie del corpo per sé e per la sua famiglia. 
La cosa infastidiva, sia Alessia, che i suoi genitori, ma tutti avevano capito che, per il momento, quella era una cosa necessaria. 
L'unica contenta di quella situazione era Mery, la sorella minore di Alessia, era circondata da ragazzi che, la seguivano ovunque andasse e che, spesso e volentieri, si offrivano di portarle i pacchi o di parcheggiarle l'auto. 
In particolare Mery era felice quando di turno c'era il giovane Antonio. In quei giorni la ragazza si vestiva in modo più carino del solito, i sentimenti sembravano ricambiati e i due, quando lui non era in servizio, passavano interi pomeriggi ad inviarsi messaggi. 
 
Dario lavorava al suo computer, salvò le ultime pagine e lo spense. Il giorno della morte di Michelangelo Testi, i due avevano parlato a lungo della teoria dell'“annichilimento” formulata da Dario e di quella dell'“aggiustamento naturale” elaborata da Michelangelo. 
Inizialmente, lo scienziato aveva preso alla leggera le teorie del suo giovane collaboratore ma, durante il loro ultimo viaggio da Roma a Bologna, nelle ore trascorse insieme a parlare dell'argomento, si era reso conto della correttezza delle sue teorie. 
Dopo la sua morte, aveva utilizzato i suoi appunti, per elaborare meglio la teoria ed ora, con il consenso dei genitori di lui, stava procedendo ad una pubblicazione postuma. 
«Hai finito?» chiese Alessia 
«Si ho finito, è incredibile ma aveva ragione lui, l'incontro della stessa materia proveniente da epoche diverse, modificherebbe, notevolmente, la storia, ma non avrebbe quell'effetto distruttivo che io, invece avevo ipotizzato. Semplicemente quella materia smetterebbe di esistere e la storia probabilmente si riorganizzerebbe senza di essa». 
La moglie lo guardò perplessa, 
«non ho capito niente» disse, rivolta al marito, prendendolo un po' in giro, 
«Se un uomo incontrasse una versione di se stesso di un altro tempo e gli stringesse la mano, questo non distruggerebbe l'universo come pensavo io, ma cancellerebbe, semplicemente, quell'uomo dalla storia. Aveva ragione Michelangelo, hai capito adesso?» 
«Ah ecco, potevi dirlo prima» continuò la donna con tono canzonatorio. 
«La smetti di prendermi in giro?» disse l'uomo rivolto alla moglie, 
«Ma no, sei stato chiarissimo» ripeté Alessia con lo stesso tono, 
«attenta perché se non la smetti cancellerò te e...» Dario si bloccò «forse c'è un modo», disse parlando ad alta voce, 
«Ecco, lo fa di nuovo» disse Alessia, tentando di continuare lo scherzo, 
il marito tuttavia non l'ascoltava più. Accadeva spesso che, durante il suo lavoro Dario venisse folgorato da un'idea. Dal nulla la sua mente elaborava una congettura che, risolveva un  particolare problema che, fino a un momento prima, gli era sembrato irrisolvibile. 
Questa volta tuttavia vi era qualcosa di diverso, l'uomo sembrava in “trance”. 
Dario aveva capito come fermare Boschi, sapeva finalmente cosa fare, quella soluzione avrebbe anche rimediato ai suoi numerosi errori. 
Lo scienziato però era indeciso e temeva che, la sua soluzione fosse troppo radicale. 
Dario era dovuto tornare in Sicilia precipitosamente, il padre di lui era morto, improvvisamente,  a causa di un infarto. La Pasqua era vicina e non era riuscito a trovare posto in aereo, aveva preso un bus ed era stato costretto a prendere una coincidenza a Roma. 
Alessia aveva insistito, perché portasse con se due o tre guardie del corpo, l'uomo però voleva tenere un profilo basso. Così la società cui si era rivolto gli assegnò un unico uomo. 
Era, sicuramente, più maturo di tutti gli altri suoi colleghi, ma era, notevolmente, più esperto e, malgrado l'età, valeva più di un intero gruppo di bodyguard.  
Aveva un passato nei servizi segreti italiani e presso i suoi colleghi girava voce che, si fosse addestrato all'estero in un gemellaggio con i servizi segreti inglesi; una cosa era certa, quell'uomo era la migliore protezione che, Dario potesse pagare. 
 
Come faceva sempre, ogni volta che, aveva dubbi di tipo etico, anche quella volta lo scienziato cercò risposte nella fede. 
Era in Chiesa e discuteva con il suo confessore, Don Leonardo non era solo un prete, ma un amico e, non di rado, i suoi consigli avevano orientato le sue decisioni. 
Dario gli spiegò cosa voleva fare, voleva far sì, che le due versioni di Francesco Boschi si incontrassero, un banale contatto fra loro avrebbe resettato la storia, Francesco Boschi non sarebbe mai esistito e quasi nessuno avrebbe avuto ricordo di lui, tutti i mali che aveva fatto, sarebbero svaniti. 
«Ma cosa stai dicendo, il dolore ti ha fatto perdere la ragione? Quello che tu hai in mente è un omicidio in piena regola» tuonò il prete guardando negli occhi Dario, 
«Non capisce? In questo modo potrei cancellare tutte le malefatte compiute da quell'uomo, l'ingegner Boschi sarebbe ancora vivo, tutte le nefandezze che il Dott. Boschi ha compiuto da quando è a capo della società, tutti gli omicidi che ha  eseguito, svanirebbero, il mondo sarebbe migliore senza di lui», 
«Ma credi di essere Dio? Ti prego Dario torna in te, stai vaneggiando» rispose il prete. 
Le parole dell'amico scossero Dario, aveva ragione lui, era mosso dal dolore e dal senso di colpa; si sentiva responsabile della morte del giovane Michelangelo e quella sofferenza lo aveva stravolto a tal punto, da non capire quanto grave fosse ciò, che aveva progettato. 
«Forse ha ragione lei, disse l'uomo al suo confessore, ma devo fare qualcosa, quell'uomo ha deciso che, devo morire e non si sarà fermato fin quando non avrà compiuto la sua vendetta», 
«dovrai cercare un'altra strada, questa non è quella giusta». 
I due uomini parlarono ancora per un po' e poi si salutarono. Non appena fu uscito dalla chiesa, l'uomo ricevette una telefonata, era Alessandro Lombardi, uno dei pochi scienziati che, avevano lavorato con lui e con il compianto Michelangelo al progetto macchina del tempo. 
«Ciao Ale, come va?» Chiese Dario, 
«Bene, ma qua, sta succedendo qualcosa di grosso. Boschi ha comunicato di preparare la macchina per un viaggio temporale per domani pomeriggio; qualunque cosa abbia in mente, non credo sia niente di buono, ho cercato di prendere tempo, ma ha minacciato di licenziarmi, mi dispiace, professore, ho le mani legate, non so cosa fare», 
«Tranquillo, ci penso io!» disse Dario, 
«Ma come farà professore, lei non lavora più qui, non riuscirà neppure ad entrare nell'edificio» ribatté l'altro, 
«Non preoccuparti, entrare nell'edificio non sarà un problema, quanto al come fermarlo, invece, pensavo di manomettere la macchina in modo da impedire il viaggio» ripeté lo scienziato al giovane. 
Terminata la telefonata, Dario entrò in auto, dove lo aspettava la sua guardia del corpo. 
In quei pochi giorni insieme erano entrati in confidenza e, malgrado si conoscessero da poco, Dario aveva imparato ad apprezzarlo. 
Era un tipo molto concreto, amava il suo lavoro, era assai efficiente e, nonostante il suo passato, era un uomo di sani principi. 
Dario decise di fidarsi, gli comunicò quello che aveva intenzione di fare e gli chiese di aiutarlo, «Mario se non te la senti di partecipare a questa cosa io lo capirò, puoi dirmelo, tranquillamente!» disse Dario. «Professore mi dica, quando dobbiamo partire? io sono pronto!» Rispose l'uomo. 
     
 
Quattordicesimo Capitolo 
 
La versione anziana di Francesco Boschi vagava per la città di Bologna, nella sua mente albergava un solo pensiero: la vendetta. 
Quando ne aveva avuto la possibilità, aveva rinunciato ad uccidere Dario Ferrante, ma adesso che questi si era trasferito con tutta la sua famiglia a Milano ed ogni possibilità di vendetta sembrava impossibile, si era pentito di quella decisione. 
Doveva trovare il modo di far si che, lui tornasse. Se lo scienziato fosse rientrato frettolosamente, probabilmente, non avrebbe avuto con sé le guardie del corpo e lui avrebbe potuto ucciderlo senza difficoltà. 
L'uomo si fermò davanti alla sede della Ultracorp e si sedette in una panchina, al di là della strada. 
Si mise ad osservare i dipendenti che, rientravano a lavoro dopo la pausa pranzo, fra questi vide Alessandro Lombardi; il suo odio riemerse. 
Quell'uomo aveva testimoniato contro di lui in Tribunale ed aveva contribuito alla sua rovina. 
Quegli eventi non si erano ancora verificati, ma a Boschi non importava, voleva solo soddisfare la sua sete di vendetta. 
Francesco Boschi si alzò e si rese conto che tutta la rabbia accumulata contro Ferrante stava trovando un nuovo obiettivo; voleva ucciderlo, farlo soffrire, punirlo per tutto il male che, in futuro gli avrebbe procurato. 
Con la pistola in mano si diresse verso il giovane scienziato, deciso ad ucciderlo ma, quando fu vicino e prima che potesse agire, sentì la conversazione fra il giovane e l'uomo che, gli stava accanto: 
«hai più sentito il professore?», domandò il primo, 
«No, mi ha chiesto di fargli sapere eventuali novità a lavoro, ma visto che è tutto ok, non l'ho ancora chiamato. Comunque oggi gli farò una telefonata per sapere come sta». 
Francesco Boschi si blocco, mise la pistola in tasca e se ne andò. 
L'uomo aspettò, pazientemente che, Lombardi arrivasse sul posto di lavoro, dopo venti minuti buoni, fece il numero del suo interno e chiamò: 
«pronto?» era la voce di Lombardi, 
«Buongiorno Lombardi, sono il Dott. Boschi», 
«Buongiorno dottore, mi dica» rispose lo scienziato con un certo stupore, 
«ho necessità che, prepari la macchina del tempo per un viaggio temporale, fissato per domani pomeriggio», 
«per un viaggio? Domani?» rispose lo scienziato sempre più sorpreso, 
«dott. Boschi queste cose necessitano di preparazione, rischiamo di fare degli errori, di combinare qualche grosso guaio, se facciamo così di fretta» disse l'uomo, cercando di prendere tempo. 
«la mia non era una richiesta, se tiene al suo lavoro, prepari la macchina per domani alle 16» Boschi chiuse la conversazione, senza neanche salutare, sicuro che, il suo interlocutore avrebbe ubbidito. 
 
Il giovane Boschi fu contattato dalla società di investigazioni private che, aveva assunto. Il responsabile dell'azienda gli comunicò della telefonata ricevuta dal giovane Alessandro Lombardi e della sua telefonata al professor Ferrante. 
Il giovane uomo era in compagnia della zia, 
«chi era?» chiese la donna. 
Il ragazzo raccontò velocemente alla zia il contenuto della telefonata, poi aggiunse: «chi sarà l'idiota che si è  spacciato per me e perché?», 
«sei davvero uno stupido» rispose la donna, «nessuno si è spacciato per te! Quella telefonata l'hai fatta tu!», 
«non capisco ...», 
«ricordi cosa abbiamo scoperto quando è morto Michelangelo Testi?» 
«sì, sembra che una mia versione venuta dal futuro lo abbia ucciso, ma perché lo ha fatto e perché adesso ha fatto quella telefonata?» 
«non lo so, ma domani lo scopriremo» rispose la donna. 
 
Dario e la sua guardia del corpo erano riusciti ad arrivare a Roma in aereo e adesso si stavano recando a Bologna in treno. 
Il cellulare dell'uomo suonò, il suo volto fino ad un secondo prima era teso, tirato; l'uomo rispose a telefono e, improvvisamente, la sua espressione mutò, 
«ciao Eva che c'è? Mamma sa che, mi stai chiamando?», 
«no Papi non lo sa, ma io ti dovevo dire una cosa ...» rispose una vocina dall'altro capo del telefono, 
«ok, visto che, sicuramente, si tratta di una cosa importante, ti ascolto», 
«volevo aspettarti per fare matematica, ma mamma non ha voluto; ha detto che fai tardi...», 
«Mamma ha ragione, non sono sicuro nemmeno di tornare a casa oggi, mi dispiace dovrai fare matematica con mamma ...» disse l'uomo alla figlia, 
«Uffa però... quando torni? Io ti voglio ...» rispose la bambina, 
«non so, forse questa sera tardi o domani, mi dispiace tesoro». 
Le lamentele della bimba continuarono per un po', poi Dario parlò con la moglie e le spiegò cosa stava succedendo, tentò di rassicurarla, ma non ci riuscì; Alessia cercò in tutti i modi di convincere il marito a desistere e lo supplicò di tornare a casa. 
Dario però fu irremovibile, era convinto che se Boschi avesse viaggiato nel tempo, i danni che questi avrebbe causato sarebbero stati enormi. 
Arrivati a Bologna i due uomini presero un taxi e si fecero accompagnare nei pressi della sede della società. Dario prese uno dei camici che, solitamente, usava a lavoro; ne diede uno a Mario Vitello, la sua guardia del corpo. 
Si diresse verso l'uscita secondaria dove, solitamente, a quell'ora i fumatori si recavano per staccare un attimo dal lavoro. Dario salutò con disinvoltura gli astanti e si fermò persino a chiacchierare con uno di loro, poi con la sigaretta spenta e metà consumata, si avviò. 
Erano ancora le 15:15, aveva tutto il tempo per manomettere la macchina ed uscire prima che, chiunque potesse accorgersi della sua presenza, entrò nella stanza semibuia ma, mentre camminava cercando di orientarsi nella stanza, all'improvviso si accesero le luci. 
«Buongiorno professor Ferrante, come mai da queste parti?» 
Era la voce tanto irritante, quanto arrogante, del giovane Boschi «credeva veramente che, non avrei preso dei provvedimenti? Pensava veramente di poter entrare in casa mia senza permesso e di uscirne vivo?» Dario non afferrò subito quali fossero le sue intenzioni ma, quando vide  i quattro uomini armati, capì che, né lui, né Mario Vitello sarebbero usciti vivi da quella stanza. Alla fine Boschi sarebbe riuscito ad ottenere la sua vendetta. 
«Perquisiteli!» ordinò Boschi ai suoi uomini, questi, sempre con le armi in pugno, si avvicinarono ai due. 
 
Quando si erano accese le luci, Mario Vitello si era accorto, subito, della presenza dei quattro uomini con le armi spianate, aveva valutato, velocemente, di sfoderare la sua pistola e di tentare una reazione, ma si era reso conto di non avere nessuna possibilità. 
Era allo scoperto e loro avevano le armi già puntate; per poter sopravvivere doveva sperare che, questi facessero un qualche errore. 
Quando il loro capo ordinò di perquisirli, Mario Vitello vide concretizzarsi l'occasione che, cercava. 
Gli assassini, assoldati per l'occasione da Francesco Boschi, erano dei professionisti ma, probabilmente, non avevano mai lavorato assieme, prima di allora e, verosimilmente, erano abituati ad agire da soli. 
Infatti si mossero in ordine sparso, non erano coordinati fra loro e, quelli più esperti, piuttosto che prestare attenzione a lui, si dedicarono al professor Ferrante. 
Mario era un ottimo professionista, colse quindi rapidamente tutte queste disattenzioni e al momento giusto ne approfittò. 
I due uomini accanto a lui caddero a terra improvvisamente, nessuno dei presenti si era reso conto di come, ma la guardia del corpo di Dario li aveva colpiti, facendogli perdere conoscenza. Un attimo dopo, l'uomo correva in direzione del professore e degli uomini che, lo stavano perquisendo. Malgrado Mario Vitello fosse un uomo alto e imponente, si mosse con grande velocità; uno dei due Killer puntò la pistola e sparò ma, un istante prima dello sparo, Mario Vitello aveva cambiato direzione e, adesso, era addosso agli uomini di Boschi. Anche in questo caso, nessuno si rese conto di come ma, in pochi secondi, i due uomini furono atterrati e storditi.        
«Sei completamente folle!» disse Dario rivolgendosi al giovane, «ormai manca poco, presto la macchina sarà nazionalizzata e tu ...» Dario non ebbe il tempo di completare la frase... si udì un colpo di arma da fuoco e Mario Vitello cadde a terra, lo scienziato lo guardò atterrito, “un'altra vita spezzata per colpa mia” pensò, si chinò verso l'uomo senza badare al rischio che, incombeva su di lui. Come sempre e malgrado il pericolo, la mente analitica di Dario valutò la situazione; il proiettile aveva colpito il braccio sinistro, non vi erano zampilli e la quantità di sangue perso faceva ritenere che, nessuna arteria fosse stata recisa. “Non morirà” pensò, sollevato, Dario. 
Quando alzò gli occhi e cercò la fonte dello sparo, si accorse del pericolo che, incombeva su di lui e sulla sua guardia del corpo; in piedi a pochi metri vi era la versione anziana di Francesco Boschi, negli occhi si vedeva non solo la voglia di vendetta, ma anche la follia da cui, ormai, era attanagliata la mente di quell'uomo. 
«Oggi è il tuo ultimo giorno di vita» disse «ma non morirai subito, soffrirai, presto mi pregherai di ucciderti», la versione giovane di Boschi cominciò ad avvicinarsi, dalla sua espressione traspariva la soddisfazione per ciò che stava accadendo. 
Finalmente Ferrante avrebbe pagato le sue numerose colpe, oggi sarebbe finalmente morto. 
I due uomini si avvicinavano a Dario e alla sua guardia del corpo, era come se volessero vedere da vicino la paura nel volto di Dario; lo scienziato indietreggiò, era sicuro che la sua morte fosse vicina e, istintivamente, cercava di allontanarsene. 
I due scavalcarono il corpo di Mario Vitello, che credevano morto, e continuarono ad avvicinarsi a Dario. Proprio nel momento in cui, meno se lo aspettavano, Mario Vitello colpì con un calcio alla schiena l'uomo più anziano; si sentirono le ossa scricchiolare. 
Per non cadere a terra, questi afferrò istintivamente la  versione giovane di se stesso e lo strinse con tutte le sue forze. Entrambi sembrarono  colpiti da una serie di fulmini, questi tuttavia non venivano dal cielo, ma sembravano fuoriuscire dai due uomini. 
Lo spazio si lacerò e i due si trasformarono in una varco spazio temporale che, per un attimo, sembrò volere inghiottire ogni cosa. L'unico che capiva cosa stava accadendo, era Dario. Una luce improvvisa investì tutto, era così intensa che, non si riusciva a vedere cosa stava accadendo. In quel momento, un istante prima di perdere conoscenza, Dario si interrogò se non avesse sbagliato ad inventare la macchina del tempo. Nella sua mente riecheggiarono le parole di Don Leonardo: «ma credi di essere Dio?». 
Un istante prima di svenire chiese perdono a Dio per la sua arroganza, e pregò che le teorie di Michelangelo fossero esatte. 
 
Poco dopo riprese i sensi e vide Michelangelo Testi calato verso di lui, visibilmente preoccupato 
«Professore, come sta?» chiese il giovane. 
Lo scienziato era debole, stordito e disorientato; la presenza di Michelangelo contribuì a confonderlo, ulteriormente. 
«Michy» disse l'uomo con un filo di voce «com'è possibile». 
Si guardò attorno, non era più nella sala della macchina del tempo, era nei suoi uffici nella sede della Ultracorp, 
«Cosa è successo?» chiese l'uomo alle spalle di Michelangelo, che era appena entrato nella stanza. 
«non lo so, credo sia svenuto, il troppo lavoro immagino, è qui da questa mattina e non l'ho visto andare a pranzo» rispose il giovane. 
Dario guardò l'uomo dietro di Michelangelo e vide l'Ingegner Boschi in piedi, che lo guardava apparentemente in ansia. 
La mente di Dario cominciava a schiarirsi e la presenza di quei due uomini accanto a lui cominciava ad avere un senso.“ Sì” pensò fra sè “la teoria dell'aggiustamento naturale è corretta, questo ragazzo aveva ragione ed io avevo torto” pensò, guardando con orgoglio l'assistente. 
Dario, per il momento, decise di tacere sul perché lo avessero trovato a terra in stato confusionale e finse di avere avuto un malessere. 
«Deve, assolutamente, andare a casa e non voglio vederla qui per tutta la settimana» tuonò con voce ferma l'ingegner Boschi. 
Tornato a casa, Dario accese il suo pc e cercò tutte le informazioni disponibili su Francesco Bo      schi. Non trovò nulla, l'Ing. Boschi non aveva alcun nipote, Francesco Boschi non era mai esistito. 
Cercò ancora informazioni sulla macchina del tempo, alla fine l'Ingegner Boschi aveva acconsentito alla nazionalizzazione, con l'aiuto di Dario, che aveva perorato la sua causa. Quella cessione si era trasformata per la Ultracorp in un vero affare e, tutti, compreso Boschi, erano rimasti soddisfatti. 
Per il resto, la vita di tutti era quella che, era destinata ad essere, Dario era uno degli scienziati più illustri del pianeta, il suo collaboratore Roger Smith era vivo e non era morto giovane durante un incidente stradale. Era infatti un eminente scienziato ed era conosciuto e stimato quanto Dario. 
I loro giovani assistenti si stavano dimostrando all'altezza dei loro mentori. La fidanzata di Michelangelo era in gravidanza e i due, nonostante non lo avessero programmato, avevano deciso di sposarsi. 
 
Epilogo 
 
Dario si recò, con tutta la famiglia, a Milano, per passare il fine settimana a casa dei genitori di Alessia. 
Era ora di pranzo ma Mery, la sorella di Alessia, tardava ad arrivare. Aveva conosciuto un ragazzo e quel giorno, per la prima volta, il ragazzo avrebbe pranzato con la famiglia della fidanzata. Entrarono e lei presentò il fidanzato a tutta la famiglia, Dario lo riconobbe subito. Era Antonio, il giovane che lavorava per l'agenzia di guardie del corpo assoldata da Dario nell'altra linea temporale. Sembrava impossibile, ma i due giovani si erano incontrati e si erano innamorati anche in questa linea del tempo. 
Dario s'interrogò su quest'ultima circostanza e concluse che, forse, alcuni eventi sono guidati dall'alto e in ogni caso alcune cose vanno in un certo modo. 
L'unica cosa che contava, era che, delle azioni compiute da Francesco Boschi non fosse rimasta alcuna traccia. 
Dario accese la tv, era in onda un documentario con riprese, tanto belle, quanto impressionanti di un branco di coccodrilli. Quasi per istinto, Dario cambiò canale e, mentre la sua mente cercava di dare un senso a quella cosa, si imbatté in un film che narrava del fallito attentato a Hitler. 
Dario si fermò e si interrogò sul suo lavoro, sulla sua invenzione, e pregò che, nessuno mai più tentasse, in futuro, di cambiare il tempo. Era evidente, infatti che, una volta che, il tempo fosse stato alterato, non tutte le conseguenze di quella alterazione potevano essere cancellate. 
 
 
Ringraziamenti 
Ritengo doveroso ringraziare tutte le persone che hanno collaborato alla stesura del presente romanzo. 
Ringrazio, in particolare: 
Fabiola Lala, primissima lettrice del mio scritto; 
Martina Lala, la quale ha svolto la funzione di bozzista; 
Elvira Amodio, autrice del disegno di copertina; 
l'Editore, per la fiducia accordatami. 
L’Autore            
 
Edizione Ottobre 2020 
________________________________________________________________________________________________________________________Vai sù 
Copyright by Editrice FCF D. M. I.